quando Achille viene ucciso
22 ottobre, 2017
Guida all’uso degli inibitori della PCSK9 nella pratica clinica – dall’EAS/ESC Task force
25 ottobre, 2017

germe e germoglio

You need to login or register to bookmark/favorite this content.

Se mi ricordo bene, fu mia mamma a costringermi a leggere Il diario di Anna Frank. Avevo undici, forse dodici anni; lei lo aveva letto da ragazza, credo, e voleva a tutti i costi che lo leggessi anch’io, per trasmettere la memoria si direbbe oggi – ma io credo che mia madre non avrebbe mai usato la parola “memoria”, forse la parola “cultura”, non lo so. Sta di fatto che io lessi il diario (ero un ragazzino ubbidiente, sempre) e lo trovai noioso e bruttissimo; e non capivo che cosa ci fosse di importante lì dentro. Non lo dissi a mia madre. Le dissi che mi era piaciuto, poi tornai a leggere I tre moschettieri e La figlia del corsaro nero.

 

Lo trovai brutto e ora non saprei dirvi perché. Forse perché nei libri cercavo dell’altro, storie di eroi, o anche solo risposte alle mie primissime inquietudini (un anno e mezzo dopo, per esempio, lessi Uomini e topi di John Steinbeck e me ne innamorai per sempre…). Ma insomma, lo trovai brutto e noioso; e non l’ho mai più letto e non l’ho mai nemmeno fatto leggere a nessuno delle centinaia di alunni che ho avuto in questi anni. E ogni volta che mi si cita Il diario di Anna Frank io penso a quella lettura scocciata che feci, alle pagina girate rapidamente senza leggerle del tutto, con l’ansia di finirle, per tornare a leggere dei corsari e delle tigri – e poco più tardi dei topi e degli uomini.

 

Ma in realtà, ogni volta che leggo il nome o vedo il volto di Anna Frank, io penso anche a un’altra cosa – che è una poesia. La quale mi ha spiegato (in maniera misteriosa, come fanno le poesie) cosa sia la letteratura e perché. Oppure, per dirla in altro modo, mi ha spiegato perché a tredici anni mi innamorai di Uomini e topi. E quindi, proprio oggi che volevo dirvi qualcosa a proposito di questa icona letteraria che è diventata Anna Frank (un volto così noto da poter essere usato come forma implicita e spaventosa di insulto, senza didascalia, come un Che Guevara qualunque), mi rendo conto che lei per me è diventata una poesia, scritta tanti anni dopo da un uomo che andava ad Amsterdam in vacanza, come ci sono andato io.

 

[E posso sempre consigliarvi parole di altri, se volete. Ce ne sono alcune molto belle sul web di oggi. Per esempio quelle semplici e dirette di Luca Sofri, se credete; o quelle ben più articolate di Caterina Frustagli, se preferite; oppure, per esempio, c’è lo sguardo adolescente della figlia di Roberto, che è il mio commento preferito a tutta la vicenda, se vi fidate di me (anche perché implicitamente ci racconta di un luogo diventato meta del turismo di massa, che non è cosa senza significato).]

 

Ma non posso aggiungere altro, però. Se non che la letteratura sa essere, nel migliore dei casi, questo: memoria di uno che si fa memoria collettiva, storia individuale poco interessante (lo penso ancora, perdonatemi) che si erge a paradigma di ogni altra storia individuale e acquista significato, germe e germoglio, emblema di tutti i volti che non abbiamo avuto modo di vedere e di imparare, che non sono stati icona di niente, nemmeno della loro stessa sofferenza, ma che un libro continua a perpetuare, nei suoi pochi fradici colori, come la città che da turisti in massa visitiamo… La poesia infatti si intitola Amsterdam e l’ha scritta Vittorio Sereni:

 

A portarmi fu il caso tra le nove
e le dieci d’una domenica mattina
svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra
lungo il semigelo d’un canale. E non
questa è la casa, ma soltanto
– mille volte già vista –
sul cartello dimesso: «Casa di Anna Frank».
 
Disse piú tardi il mio compagno: quella
di Anna Frank non dev’essere, non è
privilegiata memoria. Ce ne furono tanti
che crollarono per sola fame
senza il tempo di scriverlo.
Lei, è vero, lo scrisse.
Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale
continuavo a cercarla senza trovarla piú
ritrovandola sempre.
Per questo è una e insondabile Amsterdam
nei suoi tre quattro variabili elementi
che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi
tre quattro fradici o acerbi colori
che quanto è grande il suo spazio perpetua,
anima che s’irraggia ferma e limpida
su migliaia d’altri volti, germe
dovunque e germoglio di Anna Frank.
Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.

Print Friendly, PDF & Email
Davide Profumo
Davide Profumo

La mia pagina Facebook:
https://it-it.facebook.com/davide.loscorfano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.