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fuori da ogni gruppo

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Sfido la vostra pazienza, oggi più di ogni altro giorno. La sfido per proporvi un lungo saggio scritto da Guido Mazzoni a proposito della poesia contemporanea, del ruolo che essa possa avere nel mondo che abitiamo, di quello che aveva e che sicuramente non ha più, di quanto questo ruolo sia cambiato negli ultimi decenni e di come la scolarizzazione di massa prima e la rete internet dopo abbiano rivoluzionato il nostro modo di pensare alla poesia e al suo ruolo nella nostra vita.

 

Sfido pertanto la vostra pazienza ma non lo faccio senza avvertirvi: è un articolo lungo e complesso, questo di Guido Mazzoni; e non parla di argomenti vicini al quotidiano sentire. È esattamente una di quelle letture che vanno contro l’esigenza comune di rapidità e di efficacia. Forse non avrete tempo di leggerlo e sarà giusto così; ma io credo (altrimenti non sarei qui) che valga la pena di provarci. Per capire alcune cose del nostro rapporto con la cultura e anche per non capirlo, se è il caso. E per leggere per esempio alcuni passaggi, come questo:

 

Il Novecento letterario italiano è un secolo breve … Finisce negli anni Settanta quando la scolarizzazione di massa, la presa di parola, l’età del narcisismo, la crescita della cultura pop e, di lì a poco, la ristrutturazione dell’editoria cambiano i presupposti sociologici che avevano reso possibile la letteratura del ventesimo secolo. Per quanto riguarda la poesia questa transizione si rivela in un acting out incandescente. Il secolo non finisce con un piagnisteo: finisce con l’esplosione di Castelporziano…

 

Uno dei fenomeni culturali più importanti della seconda metà del Novecento è la nascita della cultura pop, cioè di una nuova cultura umanistica, un sistema di autori, opere, canoni e generi nato dalla comunicazione di massa (cinema commerciale, televisione, fumetti, musica rock, giornali, moda, pubblicità, e poi internet, videogiochi, flusso mediatico diffuso) che sovrappone alla cultura umanistica tradizionale generando conflitti e mescolanze. La cultura pop possiede una forma d’arte che, sotto molti aspetti, assorbe e svuota il ruolo della poesia. A partire dalla fine degli anni Sessanta la musica rock si appropria della funzione lirica

 

È probabile che in nessun’altra epoca della storia culturale di questo paese si siano lette così tante cazzate tutte insieme. Cazzate è un termine tecnico: rimanda alla riflessione di Harry Frankfurt sulla logica della discussione culturale contemporanea, che è destinata a moltiplicare le idee approssimative, i concetti generali rozzi, in un’epoca nella quale la divisione del lavoro, la complessità e l’aumento delle conoscenze specialistiche rendono impossibile cogliere ragionevolmente il senso dell’intero.

 

Quale valore può avere una forma d’arte così malmessa? La risposta a questa domanda trascende la poesia e coinvolge il modo di intendere il rapporto fra arte e società, fra cultura e democrazia e fra verità e doxa. Se si pensa in termini di efficacia, soltanto la cultura pop ha un seguito di massa, come sanno bene i partiti politici, che negli ultimi decenni hanno estromesso gli intellettuali tradizionali dal novero degli interlocutori, sostituendoli con coloro che esercitano la funzione intellettuale sui mezzi di comunicazione di massa. La cultura highbrow continua ad avere un’efficacia solo perché ha ancora un ruolo centrale nel canone scolastico, perché il corpo docente delle scuole secondarie si è formato sulle materie umanistiche e perché queste ultime conservano, per inerzia, una forma di prestigio. Non si sa quanto uno stato di cose simile durerà, né come si ibriderà con la cultura pop. Fra quest’ultima e la cultura highbrow si è già da tempo formato un territorio intermedio molto vasto che il romanzo può occupare, almeno in teoria, e dal quale la poesia sembra esclusa.

 

La poesia è una nicchia. I suoi testi intercettano un aspetto cruciale della condizione contemporanea, cioè la separatezza interiore dei singoli dal gruppo, da ogni gruppo.

 

Insomma, non è il caso che io insista: avete capito. Avete senz’altro capito che si tratta di una riflessione lunga e importante, che coglie molti degli aspetti fondamentali del nostro essere qui, su queste pagine, proprio ora. alla ricerca di qualcosa che non riusciamo bene a definire che cosa sia. Ho letto e riletto il saggio di Mazzoni e ancora non mi sono fatto un’idea, nemmeno io. Lo lascio a voi, sperando ci riusciate. Ma, siccome c’è sempre un’alternativa, vi lascio anche la possibilità di leggere un’intervista a Michele Serra, come secondo spunto di oggi: il quale dice cose interessanti, di buon senso, efficaci e anche, in grandissima parte, per me condivisibili. Eppure, credo di poterlo dire con serena tranquillità, questa intervista a Serra è la vera alternativa al saggio di Mazzoni. Non so nemmeno io spiegarvi bene il perché; ma so (lo so, anche se non ho le prove) che è così.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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