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Freud Sigmund (1856­-1938)

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Il pensiero di Freud sull’inconscio e la personalità umana è conosciuto e descritto in tanti lavori. Meno articolato è invece il dibattito sulla scientificità delle idee del medico viennese.

Una prima critica alla validità scientifica della psicoanalisi fu quella avanzata dai neopositivisti del Circolo di Vienna. Secondo le idee di alcuni di questi filosofi, come Rudolf Carnap e Moritz Schlick, potevano essere definite scientifiche solo le affermazio­ni basate su di una verifica sperimentale empirica.

Nel caso della psicoanalisi la difficoltà di procedere ad un controllo spe­rimentale appariva particolarmente evidente. Le teorie psicoa­nalitiche erano state sviluppate in un modo tale da non permet­tere sempre di correlare i loro enunciati teorici a quanto veniva osservato nella pratica clinica. Inoltre, proprio nei confronti dei singoli casi clinici mancava un’interpretazione legata ad una metodica rigorosa, perché era possibile fornire delle spiegazio­ni differenti a riguardo dei sintomi e della patologia psichica presentata dal paziente che era stato esaminato.

Nel pensiero di Karl Popper (1902-­1994) vennero manifestate delle forti criti­che alla scientificità della psicoanalisi. Secondo Popper, una teoria scientifica doveva poter essere falsificabile per essere con­siderata come tale. Il termine falsificazione indicava che gli enunciati di ogni teoria scientifica dovessero possedere la pro­prietà di essere, in un futuro più o meno lontano, dimostrati come non esatti da parte di un teoria elaborata in un tempo suc­cessivo, che si sarebbe dimostrata più veritiera. Paradossal­mente, la qualità che un enunciato scientifico avrebbe dovuto possedere per essere più facilmente falsificato sarebbe stata costituita da una caratteristica di relativa precisione. Quanto più un enunciato fosse stato articolato in modo accurato, tanto più si sarebbe prestato ad essere superato da una diversa teoria scientifica, la quale ne avrebbe scoperto delle crepe nell’archi­tettura razionale del teorema. Se invece ci si fosse trovati davan­ti a delle teorie con un alto tasso di indeterminazione, come avveniva per la psicoanalisi, sarebbe stato più difficile falsificar­le.

Le valutazioni che Karl Popper elaborò sulla scientificità della psicoanalisi furono molto severe. Secondo questo filosofo la psicoanalisi non poteva essere ritenuta una scienza perché le conclusioni a cui essa giungeva attraverso i propri enunciati rivestivano un carattere di eccessiva genericità. Si trattava di affermazioni che non potevano essere falsificate, perché erano in grado di affermare una cosa e l’esatto contrario, partendo da un terreno psichico individuale non riproducibile e non verifi­cabile in modo certo attraverso l’esperienza.

Un’altra fonte di critica alle teorie psicanalitiche fu quella mossa dall’Ermeneutica, una parte della filosofia che si interessava alle regole interpretative dei testi e delle idee che li avevano genera­ti. Un esponente importante di questa corrente filosofica fu Wilhelm Dilthey (1833­-1911).

Originale fu la distinzione ope­rata da Dilthey tra lo spiegare e il comprendere. Lo spiegare costi­tuiva una modalità di investigazione del reale che trovava il rife­rimento nelle scienze naturali e nella loro modalità conoscitiva di tipo empirico. Il comprendere si basava invece su di un impe­gno conoscitivo diverso, in cui l’individuo impiegava, integran­dole tra loro, tutte le proprietà umane, come l’intelletto, il sen­timento e la capacità di percepire la verità. Il comprendere risul­tava più efficace per quanto riguardava lo studio delle scienze storiche e sociali.

Questa distinzione operata da Dilthey tra le scienze naturali e le scienze dello spirito o scienze umane è stata utilizzata da alcuni studiosi come Jürgen Habermas e Paul Ricoeur per collocare la psicoanalisi all’interno delle scienze umane e sociali, invece che nel novero delle scienze naturali. Secondo questi due filosofi si sarebbe verificata una specie di fraintendimento scientifico, che avrebbe inserito la psicoanalisi nel novero delle scienze naturali, le quali utilizzavano la verifi­ca empirica dei loro enunciati, invece che nell’ambito delle scienze umane.

Questa diversa prospettiva conoscitiva dei risul­tati psicoanalitici avrebbe svincolato le ipotesi freudiane dal dover ottemperare a dei passaggi sperimentali, come quelli for­niti dalla prova scientifica, dalla ripetibilità dei risultati ottenu­ti, dal sottostare al criterio di una possibile falsificazione e via enumerando. Secondo un’interpretazione ermeneutica, la psi­coanalisi non avrebbe dovuto preoccuparsi di spiegare le cause dei fenomeni indagati, ma avrebbe focalizzato l’attenzione sul significato dell’oggetto allo studio, indipendentemente da una coerenza con i dati sperimentali.

Il rapporto tra lo psicoanalista e il paziente andrebbe visto come la costruzione di una storia coerente nella vicenda clinica del soggetto, che permetterebbe

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