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Francesco Bacone o Francis Bacon (1561­-1626)

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Francesco Bacone, o più propriamente, Francis Bacon, Lord cancelliere d’Inghilterra, nacque a Londra. Percorse una brillan­te carriera politica, dovuta ad una personalità spregiudicata che lo portò ai massimi vertici del potere giudiziario del suo paese. Nel 1621, accusato di corruzione e di peculato, fu costretto a ritirarsi a vita privata. Morì di polmonite, mentre studiava gli effetti del freddo sulla conservazione della carne.

La mancanza personale di scrupoli, che gli era servita nello scalare in modo inarrestabile la piramide della pubblica ammi­nistrazione, fu riversata nella spietatezza argomentativa delle sue opere. Dopo di lui il mondo della ricerca scientifica e il modo stesso d’intendere e utilizzare la scienza non saranno più gli stessi. Bacon non amava troppo la matematica. Era un giu­rista, un uomo abituato a tagliare con la lama sottile della ragio­ne e della dialettica i concetti, a soppesarli e dilatarli oppure semplificarli senza confronti. Gli interessava distruggere il monumento della logica aristotelica, quell’antico e scricchiolan­te edificio con cui ogni intellettuale del tempo doveva confron­tarsi.

Per Bacone la scienza aristotelica era inutile. Produceva una conoscenza della natura fine a sé stessa, con assenza di ricadute pratiche. Conoscere senza poter intervenire sugli eventi natura­li e sulle loro cause non recava alcun vantaggio e non aveva nulla di nobile. La natura era serva dell’uomo, per il filosofo inglese, creata per essere adoperata e sfruttata dall’umanità al fine di ele­vare la qualità di vita degli uomini. La scienza poteva e doveva penetrare i segreti naturali senza alcuna remora e senza timori. L’accumularsi delle conoscenze permetteva all’uomo moderno di essere infinitamente più saggio degli Antichi e di poter guar­dare più lontano di loro.

Veniva così rovesciato il famoso aforisma sui Moderni, che erano stati descritti come bambini sulle spalle dei giganti (gli Antichi). Bacon ribaltò completamente i presupposti di questa similitudine. I bambini potevano guardare più lontano perché osservavano il mondo dall’altezza costituita dalle spalle dei giganti.

Il suo libro più famoso si chiamerà pertanto Novum Organum, per distinguerlo dall’omonimo trattato aristotelico, l’Organum. Due furono le modalità con cui Bacon attaccò il castello della scienza aristotelica. La prima era una modalità argomentativa, basata su quelle stesse armi di analisi qualitativa della realtà che i filosofi medievali come Guglielmo di Ockham sapevano adoperare con raffinatezza. La critica di Bacon si accentrò sull’analisi conoscitiva dei fenomeni naturali. Tuttavia non tenendo conto della loro misurazione, non poté compiere il salto in avanti decisivo che Galileo stava per fare grazie alla strumentazione. Gli esiti cui Bacon arrivò furono però altret­tanto forti e le sue conclusioni altrettanto innovative. Per poter dominare la natura, la scienza da sola non sarebbe bastata. Doveva allearsi alla tecnica. Ogni considerazione sprezzante nei confronti del lavoro manuale venne rigettata. Si doveva agire sulla natura e costringerla ad obbedire ai voleri del genere umano.

L’eredità ideologica più importante di Francis Bacon fu costituita dalla sua critica ai pregiudizi, ai giudizi a priori che lo studioso della natura era tentato di astrarre e formulare prima ancora di aver verificato attraverso l’esperienza la loro veridici­tà. La realtà non era che un’immagine riflessa nello specchio della nostra mente, una rappresentazione che per essere veritie­ra doveva liberarsi da ogni preconcetto. I pregiudizi, le idee pre­concette che gli uomini si formavano nel loro pensiero antici­pando delle osservazioni imparziali, vennero da Bacon definite con il termine di Idola, parola latina derivata dal termine greco éidolon. Quattro erano i tipi di Idola con cui il ricercatore dove­va confrontarsi e imparare a liberarsene:

Idola tribus

Erano caratteristici del nostro essere uomini e comuni a tutto il genere umano. Due esempi erano evidenti: la fallibilità 29 delle impressioni sensoriali e la convinzione di vedere un ordi­ne precostituito nei fenomeni naturali. Per ogni uomo pensare di fare parte di un ordine certo di cose era rassicurante. Era con­solatorio immaginare l’universo come un’entità preordinata, in cui ogni avvenimento trovasse il proprio posto e la ragione rive­stisse a sua volta un significato, che aiutasse a vincere l’angoscia esistenziale. Tuttavia la natura per Bacone era indifferente ed estranea a questo concetto. Mentre l’astronomo Johannes Kepler (Keplero, 1571­1630) cercava di dimostrare un’armonia intrinseca all’universo, formulando delle leggi matematiche che dovevano sovraintendere alle orbite dei pianeti, Bacon dichiarò l’inutilità di questa ricerca, la sua incapacità di fornire una descrizione utile della natura che potesse servire l’uomo e le sue necessità.

Idola specus

La caverna presente nel mito platonico della conoscenza dava il nome a questi pregiudizi conoscitivi. Come l’uomo di Platone non poteva cogliere che simulacri della realtà, semplici ombre che si agitavano sul fondo di una caverna, proiettate da un fuoco lontano, così ogni essere umano era schiavo dei propri pregiudizi personali. Questi si formano in seguito all’educazio­ne ed ai convincimenti originali che la persona elaborava. Si generavano e si stratificavano, in modo spesso inestricabile, intrecciandosi tra loro durante la vita.

Idola fori

Anche il linguaggio poteva dare luogo a dei fraintendimen­ti, fino all’impossibilità di conoscere le cose. Ogni parola rap­presentava una situazione oppure un oggetto, ma il fatto stesso di parlare e di usare il linguaggio in un certo modo modificava la struttura del pensiero. Si operava un rovesciamento radicale: non si parlava solo come si pensava, ma si pensava anche in conseguenza delle proprie capacità espressive. Oltre che antici­pare le conclusioni di Peirce e Wittgenstein, Bacone raccoman­dava allo scienziato un uso attento del linguaggio, il sincerarsi di utilizzare bene quello che diceva e di impiegare le parole più idonee per descriverlo.

Idola theatri

Erano i pregiudizi che venivano originati dall’appartenenza dichiarata a una corrente filosofica. Le scuole di pensiero impe­divano una completa libertà di formulazione delle domande e di ottenimento delle risposte da parte dei loro allievi o aderen­ti, dal momento che molto del loro lavoro veniva finalizzato al principio di non contraddizione con le direttive della scuola o della fazione in cui questa era divisa. Ne conseguiva che spesso la verità di un concetto non potesse farsi strada per ragioni di opportunità che nulla avevano a che fare con una validità intrinseca.

Questi che abbiamo descritto erano i pregiudizi con cui era necessario lottare e da cui era indispensabile liberarsi per arriva­re alla conoscenza della natura. Conoscenza che per Bacon non doveva essere di tipo deduttivo, cioè una processione logica dal generale al particolare, ma di tipo induttivo.

Occorreva raccogliere i dati ed organizzarli per arrivare alla comprensione dell’insieme. Il ricercatore doveva fermarsi a dei risultati pratici, a cui poteva pervenire solo attraverso un meto­do, l’esperimento controllato e finalizzato.

Lo strumento, il metodo che Bacon propose per giungere alla scoperta delle verità contenute nella natura, era basato sul­l’uso bilanciato dell’esperienza e della ragione. L’esperienza doveva servire a ricavare delle conclusioni valide da proporre alla ragione. Questa derivava dall’esperimento le verità essen­ziali da condividere e trasmettere.

Al momento di applicare le proprie idee investigative alla natura e di svelare l’insieme dei fenomeni naturali senza alcuna reticenza, quasi con violenza se necessario, Bacon assunse una posizione che ricordava quella di Aristotele e dei filosofi medie­vali, che pure aveva tanto criticato. Volendo fare a meno della matematica, per lui troppo lontana dalla concretezza del reale, il pensatore inglese scelse una modalità di osservazione di tipo qualitativo. Arrivò a spiegare i fenomeni naturali in funzione del loro fine, non limitandosi a misurarli senza cercare di elabo­rare un perché, come avrebbe fatto uno scienziato moderno. Era la caratteristica di fondo del pensiero aristotelico, che Bacone aveva aborrito e in cui invece ricadde per la decisione di non adoperare strumenti più imparziali di misura nello studio della realtà, come la matematica.

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