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foglie di papiro

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Vale forse la pena, oggi, dedicare qualche minuto di tempo (e di salutare distrazione, lo confesso) a un bel post che racconta in modo straordinariamente sintetico la storia di una lunga tradizione, quella che dai primi secoli della tradizione letteraria occidentale è arrivata fino a qui, a me questa mattina. È una storia lunga e bellissima, fatta di parole scritte su supporti di varia natura che hanno tentato, spesso senza fortuna, di scavalcare il corso degli anni e dei secoli, di superare le tempeste delle guerre e delle pestilenze (sic) e degli incendi e dei bottini di guerra e delle violenze dell’usura e del naturale consumarsi degli oggetti e delle cose e sono infine giunte dentro le pagine dei nostri libri tascabili, comprati per pochi euro su un sito di commercio elettronico, o lette sugli schermi dei nostri lettori di elettrolibri o finanche, se state diventando pigri come sono diventato io, sugli schermi troppo piccoli dei nostri smartphone.

L’articolo (lo trovate qui) racconta di come la tradizione letteraria greca sia miracolosamente (l’avverbio è mio) arrivata qui. E dice che si tratta non di un’eredità ma piuttosto di quello che resta di un naufragio, durato più di duemila anni. E inizia così, con qualche piccola informazione di botanica e di geografia, affinché non ci dimentichiamo che è dalla terra che tutto nasce ed è alla terra e alle piante che tutto torna (il tono apocalittico è mio):

Fino alla tarda antichità, il principale supporto scrittorio adoperato fu il papiro. Si tratta di una pianta palustre (Cyperus papyrus L.) che cresceva principalmente in Egitto, soprattutto nel Delta e nella regione del Fayum. Oggi la pianta, praticamente estinta nelle suddette zone, cresce lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Uganda. Il papiro è presente anche nel Siracusano, nell’area della fonte Aretusa e lungo il corso del fiume Ciane. Non è chiaro se, limitatamente alla Sicilia, si tratti di una pianta autoctona o se sia stata introdotta nel Medioevo dagli Arabi. Ad ogni modo, il papiro, come materiale di scrittura, è attestato in Egitto fin dal III millennio.

Ma continua poi seguendo la storia dei secoli, parlando di tragedie ad Atene e di biblioteca di Alessandria, di Costantinopoli e di minuscola libraria, in un viaggio rapido e vertiginoso, che conduce a rimbalzare tra tutte le sponde del Mediterraneo fino alla Gerusalemme conquistata dai crociati ed altri luoghi quasi immaginari, che sono però tutti riassunti qui, grazie alle parole della tradizione greca, grazie a quelle lontane foglie di papiro.

Ed è un viaggio che non si è arrestato, se è vero che l’ultimo ritrovamento è recentissimo, databile al 2003, e ci ha restituito 400 versi di Menandro, che non conoscevamo prima e che ora esistono di nuovo, come le parole che risorgono dopo avere attraversato in silenzio la storia degli uomini e delle loro sconfitte. È un bell’articolo, insomma. Perché ci mette davanti a un percorso così lungo che fa impallidire le nostre piccole passioni, anche quelle da minuscoli bibliofili, collezionisti di oggetti riempiti di parole.

E poi, se non siete stanchi di parlare di libri in quanto oggetti, vi rimando a un post che lessi qualche anno fa, che parlava di una mostra dedicata ad Aldo Manuzio e che ci fa rimbalzare fino a Venezia, e ci racconta di come il libro sia stato una delle più grandi invenzioni tecnologiche della storia, a un certo punto descrivendolo così:

Il libro è un nuovo animale, potente e perfetto, che apparve nel Cinquecento per cambiare per sempre il modo in cui gli uomini imparano, insegnano, tramandano e si emozionano. Per capire la grandezza delle intuizioni di Manuzio, non è necessario che i libri si amino e neppure che si leggano – come non è necessario usare gli ombrelli quando piove o le biciclette per spostarsi per capire che funzionano. La forma di una nuova tecnologia è fondamentale per determinare l’uso che se ne farà e il suo successo. Se Manuzio non avesse avuto il colpo di genio di pubblicare libri piccoli – le cosiddette “aldine” – che si potevano trasportare, tenere in mano, leggere ovunque, perfino a letto, probabilmente la lettura sarebbe rimasta una cosa per studiosi, e difficilmente sarebbe nata una forma narrativa come il romanzo che richiede, per costituzione, un rapporto intimo e silenzioso, e un tempo disteso, tra il testo e chi lo sta leggendo.

Il libro è una forma, insomma, tra tutte quelle che abbiamo dato alla nostra tradizione e alle nostre parole. Ce ne saranno altre, ce ne sono già delle altre, saranno bellissime, sostituiranno il libro di carta come lo abbiamo conosciuto noi. Ogni tanto però è bello guardarsi alle spalle e contemplare, sospirando, tutta la strada che abbiamo fatto, fino a qui.

Davide Profumo
Davide Profumo
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