leggere le storie degli uomini che soffrono
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non lo so
10 Marzo, 2019

fermo, lucia

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[Antefatto. Da qualche anno vivo a Ragusa, in Sicilia. E da qualche anno mi capita di andare a Siracusa, per ragioni varie: perché mi piace andarci, perché ci sono amici che vengono in Sicilia a trovarmi e che non l’hanno mai vista, perché mi piace molto andarci, per salutare un amico siracusano, perché mi piace moltissimo andarci. Ogni volta andiamo in piazza duomo: e invece di entrare nel duomo, ogni volta, entriamo nella vicina chiesa di santa Lucia, per vedere il dipinto di Caravaggio. E poi, ogni volta, faccio notare a me stesso o ai miei ospiti un particolare della biografia di Michelangelo Merisi da Caravaggio, riportato da uno dei pannelli che illustrano il dipinto: e cioè il particolare che la sua mamma e suo papà si chiamavano Fermo e Lucia, proprio così, Fermo e Lucia: anche i genitori di Caravaggio.]

 

Ci ho messo qualche settimana e a un certo punto ho anche pensato che forse avrei rinunciato, che di questo libro non avrei più parlato, non in questa sede. E non per chissà quali ragioni relative ai contenuti o alla forma del libro o alla sua autrice o a chissà cos’altro… Semplicemente perché mi pareva (un po’ mi pare ancora) di non essere in grado di parlarne, mi pareva fosse meglio lasciar perdere, non sono capace, parliamo d’altro. E nel frattempo di questo libro ho detto cose belle a molte persone, l’ho pure regalato ad alcuni amici (era Natale, pensate un po’…), ma non sono più riuscito a scriverne, non qui, non con i tasti della mia tastiera.

 

Ma il libro mi è piaciuto molto e, come tutte le cose che piacciono molto, non ha smesso mai di farsi sentire, di reclamare il suo spazio, di spuntare dal tavolino in cui lo avevo lasciato dopo averlo letto tutto (sepolto da altri libri letti a metà, letti per un quarto, letti per le prime cinque pagine e poi perduti via… è il mio vizio senile, non so che farci). E oggi il libro è arrivato qui: e si chiama Un romanzo per gli occhi ed è nientemeno che un saggio letterario su I promessi sposi  di Alessandro Manzoni, romanzo che in molti ancora amano e che in troppi ancora detestano, perché hanno fatto finta di leggerlo a quindici anni e adesso, che ne hanno quaranta, si fidano ancora di quel ragazzino distratto che sono stati venticinque anni fa. Beati loro.

 

E ne posso finalmente parlare oggi, perché una recensione me lo ha rimesso davanti per la centesima volta: questa recensione qui, da cui scelgo questo passaggio:

 

…perché I promessi sposi è “una delle più grandi e più belle narrazioni prodotte dal realismo occidentale”? (p. 3) Il quesito ci viene spesso proposto dagli stessi alunni, di solito associato a una velata allusione – se non proprio a un’aperta ironia – rispetto alla necessità di aggiornare le programmazioni. In diverse occasioni ci siamo chiesti come ribattere in modo convincente, e portare così dalla nostra parte i lettori riluttanti delle nostre aule scolastiche. Questo importante lavoro interpretativo articola una risposta convincente equiparando lo sguardo dello scrittore a quello di un artista, per la sua unica capacità di cogliere di ogni scena l’aspetto visuale e incorporarlo nella linea narrativa. La scrittura di Manzoni vive dunque “di uno scambio continuo fra parole e immagini” (p. 13). Attraverso un costante paragone con l’opera di uno dei più importanti pittori della modernità, Caravaggio, si possono comprendere più a fondo alcuni aspetti significativi de I promessi sposi, da cui scaturisce una bellezza che non è solo della lingua, ma anche della capacità di forgiare con essa immagini vivide, che colpiscono l’immaginazione proprio per l’esattezza del dettaglio, come si riscontra nelle tele seicentesche citate dall’Autrice.

 

E questa recensione mi ha ricordato un altro segnalibro che avevo messo da parte, in cui l’autrice del saggio, Daniela Brogi, spiegava alcune cose importanti del suo libro su Manzoni, del percorso interpretativo che intende proporre e dei lettori a cui si rivolge. L’intervista alla studiosa si trova qui; e questo passaggio mi pare possa essere uno dei più belli e penso che possa valere come invito personale a leggere il libro. Ma anche, forse ancora di più, a rileggere il romanzo di Alessandro Manzoni, dopo venticinque o trentacinque anni. E a scoprire che ne valeva sul serio la pena:

 

…ogni epoca ha modi propri di vedere, pensare, immaginare il mondo. La relazione forte tra parola e immagine, diversamente da quanto si tende a pensare, non è una situazione esclusiva della contemporaneità. Soprattutto in mondi non alfabetizzati, come quello, per esempio, in cui si muove Renzo Tramaglino, che è protagonista, per tutto il romanzo, di un’esperienza continua di spaesamento linguistico e visuale, le immagini sono state un riferimento culturale, simbolico, materiale, cruciale. Mentre le parole, dentro quel mondo, servivano, più che a pensare, a vedere e far vedere la realtà. La definizione che ho coniato dei Promessi sposi come “romanzo per gli occhi” mette a confronto Manzoni e Caravaggio proprio per riconoscere alla scrittura manzoniana da un lato la capacità di “farci vedere” il mondo narrato; dall’altro, la capacità di farci vivere dentro un mondo che raccontava sé stesso anzitutto attraverso le immagini.

 

[Infine, post factum. Anche Daniela Brogi, in una delle pagine iniziali del suo saggio, racconta di essere rimasta colpita dai nomi di battesimo dei genitori di Caravaggio. Anzi, dice proprio che fu quella una delle molle, la scintilla, che l’hanno spinta a scrivere il libro Un romanzo per gli occhi. Poi dice anche che naturalmente si tratta di un dettaglio, di una curiosa coincidenza, di nient’altro che uno scherzo del caso. Sì, lo penso anch’io. E so che, da oggi in poi, ogni volta che andrò a Siracusa perché mi piace proprio moltissimo andarci, penserò a questa coincidenza, a questo dettaglio, all’umorismo del caso a cui piace fare questo tipo di scherzi.]

Davide Profumo
Davide Profumo
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