femmina dei porti

Di tutte le città che a vario titolo attraversiamo, sono i porti di mare quelle più ci restano nella memoria. Sarà per quell’odore acre, per quell’aria trasandata al limite della sporcizia, sarà per i rumori di onde e di corde o per quella sensazione di essere in un luogo preciso ma già pronti a salpare per molti altri luoghi, del tutto imprecisi, sarà per quell’idea di altrove che in esse è contenuta, non lo so. Ma così è stato per Trieste e per Lisbona, così per Amburgo, per Fiume, così soprattutto per Genova (e così è stato per i libri e per i film che quelle città raccontano… perché niente è più difficile e bello che raccontare un luogo in cui gli esseri umani arrivano e da cui gli esseri umani partono, per chissà dove).

 

Anche per questa ragione, io credo, ogni volta che trovo un libro, un saggio, a anche solo una poesia che parla di Genova, mi fermo e ascolto, in silenzio. E mi torna, per un brevissimo istante, la voglia di tornare in una delle strade di quella città, che non è mai stata la mia città, ma in qualche modo è stata la città di tutti, visto che a tutti, in un certo momento e secondo certe strade che non sempre si possono raccontare, è capitata la sorte di dover partire e dire addio a qualcosa (o a tutto).

 

Ecco, secondo me, non so perché, Genova è la città dell’addio. E quindi, senza altri indugi, mi piace segnalarvi oggi questo breve, intensissimo post dedicato a una delle città che da sempre mi ricordo con più chiarezza e a uno dei poeti che invece, colpevolmente, tendo sempre a dimenticare, come se mai fosse esistito. E invece è esistito e ha scritto cose bellissime, e anche una su Genova appunto (e non è Caproni).

 

Sentì nella notte genovese il moto inarrestabile delle navi nell’oscurità, l’energia che nasce dalla «piaga che sanguina», «la piaga rossa languente», e se ne alimenta. Aveva visto la città-porto scivolare nel sonno: «il porto che si addorme, il porto il porto», colto l’attimo in cui le macchine e le funi e le braccia e le mani degli uomini rallentavano il loro moto: «l’albero oscilla a tocchi nel silenzio». Il suo occhio si fermò sulle «finestre ventose del vico marinaro», vetri che non fermavano il vento ma se ne lasciavano attraversare, si spinse oltre i «grigi rossori» della sua «ardesia», contemplò «finestre lucenti come stelle», vide in Genova la «femmina dei porti», la «donatrice», si ritrovò «nel salido odore del vento», nella «melodia di lontani canti sperduti». Vide «l’anima vivente delle cose», nel brulicare dei portuali che arrotolavano le gomene, issavano le balle, nei vecchi che incatramavano le funi, nei vapori incendiati dei cavi, trovò «le forme molteplici/ che muovono e cantano e stridono/ elettrizzate».

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Davide P.
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