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evitare lo sgombero

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Ho passato un pomeriggio in uno strano piccolo paese della Spagna, qualche anno fa. Un paese di pietra come molti altri, che si chiama Mogarraz, nel cuore della cosiddetta Spagna vuota, ma quello che ha di particolare (e di strano) sono facce di uomini e di donne. Su quasi tutte le case del piccolo paese, infatti, ci sono appese (o meglio: attaccate) gigantografie degli uomini e delle donne che le hanno abitate e che ora non le abitano più, perché sono morti (ne trovate un esempio qui, se siete curiosi) (ma io ne ho moltissime a casa, di queste immagini; sono bellissime e inquietanti, ve le farò vedere, se verrete a trovarmi).

Mi sono tornate in mente proprio oggi le facce di Mogarraz, la Spagna vuota, perché ho letto di un sito (che è diventato in questi giorni anche un libro), «Riscatti», che ripropone fotografie perdute e racconti inventati a proposito di queste fotografie e perché mi sono colto nell’atto di farmi la medesima domanda che si è fatto l’autore (Dario De Marco) dell’articolo che ne parla. Il quale articolo (lo trovate qui, c’è anche il link che vi porta al sito) inizia con alcune belle suggestioni, tra cui questa:

Nella vecchia dimora di paese dove sto scrivendo questo articolo c’è un salone. Nel salone c’è un pianoforte a coda. Sul pianoforte c’è un album di famiglia. Dentro l’album ci sono decine di fotografie: sono tutte ritratti o foto di gruppo, tutte in posa, tutte in bianco e nero; in maggior parte di persone morte, nella quasi totalità di persone per me sconosciute, o irriconoscibili, che è lo stesso…

E poi prosegue, racconta la bella storia da cui è nato «Riscatti» (che vi consiglio di non tralasciare), per arrivare finalmente al punto, la stessa domanda che mi sono fatto io e che già mi feci qualche anno fa, in quel paese della Spagna vuota in cui mi ero, quasi per caso, imbattuto. E la domanda è questa:

Eppure proprio in questo c’è qualcosa che lascia una punta di perplessità, in specie a chi come me ha un archivio di foto un po’ perdute, un po’ no, un po’ sulla via di perdersi. […] Sarei contento – mi sono chiesto – se dopo la morte mia, e di chiunque serbi memoria dei soggetti ritratti nel nostro album di famiglia, quelle foto finissero per raccontare altre storie? Storie inventate, in cui personaggi e luoghi e sguardi e atteggiamenti e abiti venissero travisati a bella posta, piegati ad esigenze narrative con la scusa del riscatto? Dovrei provare sollievo all’idea che un giorno il ritratto di mia zia Minta – morta a 3 anni di enterocolite come tanti altri bambini nel periodo tra le due guerre, e fotografata probabilmente cadavere ma agghindata e tenuta in piedi come se fosse viva secondo l’usanza dell’epoca – possa essere riscattato e raccontare la storia di una bimba felice e serenamente invecchiata?

Ma non esistono «altre storie», lo sa e lo scrive anche De Marco, non esistono «storie inventate» su immagini vere. Esiste la memoria, filo teso di ragno sulla spuma che ribolle. Esiste lo sforzo di non cedere alla terribile vertigine che a un certo punto è descritta nella prefazione di Riscatti: «Dopo la morte, c’è la morte. Ce n’è ancora dell’altra, a piccole porzioni si continua a sparire. Muore chi si ricorda di noi, muoiono le cose, i manufatti e le idee che abbiamo pensato e realizzato. Si viene presi in consegna dai titolari di ditte individuali che ai pali della luce attaccano volantini di ‘Sgombero gratis’…». Esiste solo la lunga storia del desiderio che abbiamo di evitare questo sgombero, di evitarne almeno un pezzo, un singolo pezzo, recuperando sguardi e volti e raccontandone la storia, una storia, una qualsiasi, la nostra storia; si chiama letteratura, è un ottimo sistema.

Davide Profumo
Davide Profumo
La mia pagina Facebook: https://it-it.facebook.com/davide.loscorfano

2 Comments

  1. Maurizio del Pinto ha detto:

    Prima della invenzione del dagherrotipo e della fotografia poi non esisteva questa memoria iconografica. A pochissimi si riservava la plastica rappresentazione pittorica o scultorea, ad una infinitesimale parte della umanità trascorsa.
    La fotografia ha democraticamente ravvivato la memoria degli umili.
    Eppure rimane un pensiero, una emozione che attiva circuiti neuronali stimolati da neurotrasmettitori che attivano parti altrimenti silenti della nostra mente. Ecco la grandezza e il limite della fotografia. Solo istantaneo passaggio di vite estinte nei nostri pensieri subitanea. Poi la realtà materica riprende il sopravvento e continua inesorabile.
    Paese triste quello con foto di vite passate. Ne preferisco l’immaginazione di vite sofferte ma anche sorridenti

    • Davide Profumo ha detto:

      Non mi parve triste, quando lo vidi. Certo fu inquietante, forse anche malinconico; ed è però rimasto l’unico paese che non ho dimenticato di quella giornata passata in una zona così remota della penisola iberica.

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