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eterno contemporaneo

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Di non altro che di Roma si è parlato in questi giorni. Siano stati assessori al bilancio o giochi olimpici, sempre intorno alla capitale il discorso finiva per scivolare. Ecco che quindi mi è parso davvero utile segnalarvi questo breve post sulla città eterna (?), che prosegue un discorso sulle città e le loro rappresentazioni che già altre volte abbiamo accennato e che offre alcune parole forse non inutili alla comprensione di un luogo di cui tanto in questi giorni abbiamo parlato.

Scrive così Francesco Pecoraro, a proposito della città eterna diventata contemporanea:

In questi ultimi anni è stato un coro. Roma fa schifo, è ai minimi storici. Il giornalista medio, così come il cittadino medio, e come il politico medio, spacchettano il disastro praticamente in sole tre voci: Mondezza, Trasporti, Buche (MTB). Qualcuno aggiunge: Palazzinari. Altri: Mafia Capitale.[…]

Roma moderna è brutta perché corrotta, si afferma. È sicuramente vero. Si potrebbe aggiungere che la sua non-forma fisica assurge a forma simbolica della corruzione. In fondo cos’è la corruzione se non la compravendita di gradi di libertà (di azione rispetto alla norma) tra privato e pubblica amministrazione? Ma le cause di questa bruttezza non sono tutte nella corruzione. Perché il privato una volta compratosi, non sempre agilmente, un certo grado di franchigia, costruisce inevitabilmente un brano di città di merda? Se ciò cui tiene sono i numeri – che devono tornare a suo vantaggio – perché la forma fisica che assumono questi numeri è sempre, o quasi sempre, riprovevole? Esistono specifiche regioni culturali? È possibile che la non-qualità di Roma moderna sia il prodotto della sua intera classe dirigente (tecnici compresi, comprese destra, sinistra e centro) e dei cittadini tutti che, non ostante vivano nei luoghi dove è stata inventata la cultura della forma urbana, ignorano, cosa sia una città?

E conclude in un modo abbastanza sorprendente (almeno per me) che vi consiglio pertanto di andare a leggere (ci vuol poco, complessivamente), perché mi pare possa davvero non essere superfluo né inutile. Così come, a proposito di superfluità e di eternità (o quasi), potrebbe sembrarvi interessante una recensione di un libro che mi è capitato di leggere qualche settimana fa. Forse non ha aggiunto niente a quello che in qualche modo già pensavo, ma è stata una lettura a suo modo gradita; come quando si riconosce il proprio stesso sorriso nelle persone che ci assomigliano. Del libro scrive qui Mauro Reali, dicendo anche queste belle parole:

Insomma, basta davvero con la funerea immagine di “lingua morta”, dice Gardini, “perché la letteratura è vita, non morte, ed è viva perché genera in risposta altra scrittura, che durerà, e anche perché esistono i lettori, perché esiste l’interpretazione, che è un dialogo tra scrittura e pensiero, un dialogo tra i secoli” (p. 216). Mi piacerebbe proprio che questo costante accenno alla vita allunghi anche quella del nostro nobile decaduto, e magari gli riconsegni un po’ del perduto prestigio…

E quindi, per chiudere davvero, se mi permettete un altro salto un po’ azzardato (un ritorno al contemporaneo, dopo il piccolo spicchio di eternità che mi è toccato in sorte…), c’è un autore di cui si dice che sia già diventato un classico. E di nuovo io sorrido, come se fossi tra carissimi amici: perché, la confidenza è superflua ma perdonatemi pure questa, nella mia libreria di casa un solo scrittore vivo sta insieme a tutti quelli morti (ma vivissimi) di cui decenni fa mi sono inutilmente innamorato (parlo di Dante e Petrarca e Ariosto e Tasso e Manzoni e Leopardi e Montale e Fortini e Pavese e altri ancora); e questo scrittore è Michel Houellebecq, di cui si parla in questo articolo francamente brutto (ma utile), in cui si dice così:

Nei suoi libri Houllebecq ha raccontato l’apice e il declino dell’Occidente, l’euforia e la tristezza del sesso (specie a pagamento), la pochezza dei sentimenti umani, Lovercraft, l’inesorabile biologia dell’esistenza… È un uomo orripilante e affascinante, a cominciare dal cognome, si sbaglia sempre a scriverlo ma è bello da pronunciare, quasi indispensabile. A vederlo ha subìto in dieci anni una spettacolare trasformazione fisica come neppure Jeff Goldblum ne La mosca, come passare di colpo da quarant’anni a novant’anni: il naso gli è esploso, i capelli sono diventati di stoppa, i denti probabilmente non ne ha più, fa schifo ma nello schifo è bello.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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