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essere sconfitti

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Nel gennaio 2014, quando ho iniziato a scrivere le righe di questa rubrica grazie all’ospitalità di un gruppo di generosissimi cardiologi, mi sono dato pochissime ma (nella mia debole intenzione) ferree regole. Una, per esempio, è stata quella di parlare il meno possibile di me e del mio lavoro di scuola, a cui già avevo dedicato troppe parole negli anni precedenti; un’altra (ben più rilevante, nella mia opinione) è stata quella di non parlare mai di calcio. Sono due regole che diventano una regola sola nella mia pratica quotidiana: non parlo mai di calcio in classe, me ne faccio un puntiglio e un vanto. Perché il calcio è bello (mi piace) ma è una potentissima arma di distrazione di massa e i miei giovani studenti mi paiono già abbastanza distratti e assediati da non aver bisogno di ulteriori parole mie… Sono già abbastanza circondati.

 

Ma già nel mese di giugno del 2014 feci un’eccezione, a dire il vero. Perché avevo letto uno splendido articolo su una partita del 1954 (Ungheria-Uruguay 4-2, semifinale del campionato del mondo) e non riuscii a non segnalarlo nella mia rubrica. Perché il calcio è arma di distrazione di massa ma anche potentissima metafora di altro, ogni tanto, raramente, quasi mai. Ma quella volta sì, in un articolo che avevo voluto intitolare Difendere la sconfitta, in omaggio alle parole di un maestro del giornalismo scomparso da molto tempo. E anche adesso, come tre anni e cinque mesi fa, farò un’eccezione. Che però, lo capirete, sarà anche un omaggio.

 

L’eccezione riguarda il pezzo scritto oggi da Paolo Nori. Ed è forse non inutile evidenziare che anche in questo caso si parla di una sconfitta; come se davvero fosse la sconfitta la madre di tutte le metafore calcistiche (che è, ovviamente, quello che io penso senza esitazioni), come se nella vittoria ci fosse soltanto il tempo che passa e ci lascia distratti, circondati, assediati. Paolo Nori, dunque, scrive così:

 

Ho preso tanto di quel freddo, allo stadio Tardini di Parma; c’erano le sedute ancora di legno, tribune in tubi innocenti e assi di legno, e, quando il Parma perdeva, io mi ricordo che tornando a casa mi chiedevo “Ma cosa ci vado a fare, a prendere tutto quel freddo?”. Adesso lo so, cosa ci andavo a fare. Un po’ ci andavo perché mi piaceva moltissimo la maglietta, del Parma, bianca con la croce nera, c’era solo il Parma, al mondo, con quella maglietta lì, un po’ ci andavo per vedere la gente, che tutta quella gente, i cosiddetti tifosi, a guardarli, anche loro, quando arrivavano, e quando andavano via, non avevan le facce di gente che andava, o veniva via da un posto dove si erano, dico una parola grossa, divertiti, no. Avevan le facce di gente che, prima della partita eran preoccupati, che erano tesi, come se dovevan passare un esame, che poi era un esame che non lo davan neanche loro, come se assistevano a un esame che ci tenevan tantissimo che andava bene e non potevan far niente, che hai voglia studiare, interrogavano un altro, prima della partita, e dopo, se avevano perso, che erano delusi, che erano disincantati, di cattivo umore, che loro lo sapevano, che andava a finire così, che l’avevano detto, o che non l’avevano detto ma se lo sentivano.

 

E poi prosegue così:

 

Secondo me, mi sbaglierò, ma quando perdi, che poi non perdi te, perdono loro, ma a te ti dispiace, e magari perdi quattro a zero, o cinque a uno, e nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco secondo me, quei momenti lì, che te ti chiedi «Ma che vita sto facendo?», ecco secondo me son momenti che a me piaccion di più…

 

E infine Paolo Nori cita anche il libro di Agassi, che pure a me piacque tantissimo per le stesse ragioni per cui mi pare di poter dire che è piaciuto a Paolo Nori.

 

E questa era dunque la seconda eccezione; ma, ve l’ho detto, era anche un omaggio. Perché la prima eccezione, quella del giugno del 2014 che parlava di Ungheria e di Uruguay e quindi di un’altra lontanissima sconfitta, quella che assolutamente io non volevo fare e poi feci perché la prosa in cui l’articolo era scritto era davvero troppo bella, quella prima eccezione riguardava un articolo scritto da Alessandro Leogrande. Il quale era uno scrittore giovane e bravissimo che è morto due giorni fa, all’improvviso, a quarant’anni. Ne trovate in rete molti ricordi, scritti da intellettuali molto più bravi e più capaci di me. Per cui non aggiungo niente di mio (se non che questo ebook, l’ultima cosa di Leogrande che io abbia letto, è molto bello).

 

Ma mi è capitata davanti agli occhi una sua istruttiva intervista, che non so a quando risalga, e mi pare che, insieme alla regola infranta per la seconda volta sul parlare di calcio, possa anch’essa valere come omaggio a un intellettuale che abbiamo perso troppo presto. A un certo punto dell’intervista Leogrande diceva così:

 

Il problema infatti non è la presenza, ma la comunicazione. Se il Corriere preferisce far scrivere Gramellini piuttosto che un giornalista alla Pasolini è un problema di trasformazione del sistema. Il gramellismo dei giornali, che poi fa il paio col renzismo della politica, è una forma meno problematizzante del discorso. Quello che manca in larga parte è che Pasolini sapeva essere non solo controcorrente, idiosincratico rispetto a dei gioghi di pensiero precostituiti e farlo con grande libertà; sapeva anche essere schietto e diretto. Questo aspetto prorompe nelle recensioni, ad esempio. Pasolini fa una recensione durissima della Storia di Elsa Morante, che era la sua migliore amica insieme a Laura Betti, il cui libro è effettivamente un romanzo epocale e costituisce uno tra i più grandi successi letterari degli anni ‘70. Quella di Pasolini è l’analisi spietata del libro di un’amica. Ecco, oggi mi chiedo quanto sia possibile una cosa del genere nel mondo culturale. Mi sembra tutto un po’ troppo pervaso dal perbenismo, che crea uno stato di cortesia piuttosto ipocrita, riducendo l’atto di stroncatura, qualora si verifichi, a spari sulla croce rossa – il che francamente lo trovo anche inutile. Ecco, rispetto a questo stato di ipocrita progressismo di fondo, che poi in realtà non ha rinnovato per nulla i giornali, manca certamente un uomo che sbatta i piedi.

Davide Profumo
Davide Profumo
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