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essere meglio

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Sarà una specie di inconscio proposito di inizio d’anno, quello che mi vede tornare sempre sullo stesso argomento, non lo so. Però mi pare opportuno anche oggi ripercorrere un filo discorsivo che già ho provato a dipanare altre volte, parlando del ruolo che hanno (o dovrebbero avere) nel nostro tempo gli intellettuali (stare dalla parte del torto, si diceva, con una formula trita e ripetuta ma forse più efficace di altre) e del ruolo che hanno invece coloro che intellettuali non sono, non pretendono (saggiamente) di esserlo e non dovrebbero essere messi mai da nessuno nella condizione di essere percepiti come tali.

 

Per questo (ma non solo per questo: è di cultura che stiamo parlando, di cosa essa sia secondo noi, se un orpello inutile ed elegante, signoramia, o un autentico esercizio di critica, di quello a cui essa cultura serva – se davvero serve a qualcosa –, della funzione analitica e interpretativa che debba avere e della consolazione che non debba darci, in nessun caso a mio parere); per questo, quindi, riprendo il discorso degli intellettuali e riparto da un programma televisivo che qualcuno ancora vuole criticare, anche se sa che gli piomberà addosso, inevitabile, l’accusa di essere lontano dalla «gente», orribilmente «radical chic» (cioè, a capirci: questo), stancamente novecentesco (la contemporaneità, signoramia, è tutt’altro). Riparto dunque, con la ferma e immutata convinzione che si deve necessariamente alla cause che si sanno perse, dalle parole scritte in questi giorni da Federica Lucchesini, per la rivista «Gli Asini». L’inizio è questo:

 

Ha senso occuparsi degli effetti educativi di una trasmissione di Maria De Filippi oggi che la televisione è guardata sempre meno, sempre con meno attenzione dai ragazzini e dalle ragazzine? […]Ne vorremmo parlare e vorremmo farlo con serietà, senza la superiorità di chi vuole magnanimamente liberarsi della sua superiorità… Infatti questo è il modo in cui certa critica culturale – chi dovrebbe o potrebbe fare critica culturale – tende a trattare i fenomeni di intrattenimento di massa. Cioè facendo mostra di evitare la posizione high brow, sostenendo che sia un errore credere di svelare seriosamente gli effetti nocivi della povertà culturale e della corruzione morale dei programmi che piacciono ma che al contrario le ragioni di quel piacere siano da comprendere e magari da condividere, perché in esse vi è qualcosa di sano, di comune, di ordinario che ci fa stare tutti meglio, tutti uguali. Come se voler essere migliori, pretendere di essere migliori, fosse un peccato.

 

E se volete potete arrivare fino in fondo, che il pezzo è interessante (e a tratti pure sorprendente). E magari, se credete, aggiungere qualche riflessione a proposito dei consueti numeri che riguardano il nostro mondo e la cultura con cui mangiamo o non mangiamo, chi meglio chi peggio, chi più chi meno; probabilmente non c’è nessuna attinenza tra le due cose, ma chissà.

Davide Profumo
Davide Profumo
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