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Se vi sembrasse troppo triste questa prima domenica di novembre, che ne annuncia altre come se stessa, in cui il buio del pomeriggio non si farà aspettare abbastanza, ecco, io credo che potreste riprendere in mano (ma non si riprendono in mano testi scritti sul web) le pagine di una rubrica con cui, da qualche mese, Antonio Prete ci racconta la poesia occidentale, un verso dopo l’altro, senza fretta, inventando forse un sentiero di lettura e di interpretazione suggestivo ed efficace, mai percorso prima.

 

Ne avevamo già parlato (ma non ritrovo dove): si prende un verso di un autore e vi si cercano (e vi si trovano) (e vi si riconoscono) tutti i versi di tutte le poesie di quell’autore: e forse non soltanto le sue. È un gioco, ma non è solo un gioco. È anche il tentativo di dirci che la parola poetica ha la possibilità di moltiplicarsi, di riflettersi caleidoscopicamente su se stessa per replicare il mondo che le sta attorno. O invece, al contrario, è il segno che la parola poetica sa chiudersi, concentrarsi, diventare semplicemente un punto, un minuscolo buco nero in cui si attraggono tutti li altri versi di tutte le altre poesie di tutti gli altri scrittori che abbiamo mai letto. E anche quelle dei poeti che invece non abbiamo mai letto.

 

Pochi giorni fa Antonio Prete ha raccontato in questo modo un verso di John Keats, che per combinazione anche io ho sempre amato molto: The thing of beauty is a joy for ever. Ma il suo sentiero ha incrociato anche altri versi di altri poeti, per lo più italiani, e vi potreste pertanto felicemente imbattere nelle parole poetiche di Montale, di Petrarca (il suo verso più bello, secondo me), di Foscolo, di Dante,  di Giacomo Leopardi (li trovate linkati tutti, sotto ogni articolo: sarà una bella passeggiata mattutina)… Si apre insomma un piccolo mondo, magari inutile, magari soltanto utile a rendere meno triste questa prima domenica di novembre. Ma sarebbe già qualcosa. Perché ogni incontro con la bellezza è «per sempre», come sapeva Keats. E come ben racconta Antonio Prete:

 

Ed è questa sospensione della caducità che permette il dischiudersi del sentimento della gioia. Un sentimento che cerca i segni per manifestarsi: la gioia è una letizia che chiama i sensi, tutti i sensi, a congiungersi festosamente. Per questo, per dire della gioia ricorriamo ad aggettivi come pura, assoluta, incontenibile, piena. E tuttavia, nonostante la pulsione a manifestarsi, nonostante le forme profane o secondarie in cui la gioia si può manifestare, come l’allegrezza o il riso, il suo movimento più proprio è quello di portare il rapporto con il visibile nel tempo-spazio dell’interiorità. Un movimento somigliante a quello dell’amore. Anche l’amore è esperienza che nei suoi momenti di fulgore sospende la caducità del tempo, fa un patto con l’oltretempo: da qui il legame forte che la poesia d’amore ha con l’elemento lunare, solare, stellare, cioè con quelle figure che appartengono a un tempo diverso da quello umano e storico, un tempo cosmico, che è come dire un oltretempo, o un tempo senza tempo.

 

Alla fine di queste letture, io credo, almeno una cosa vi sarà successa: che continuerete, nonostante tutto, a credere e sapere che il cavallo di Troia era un cavallo.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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