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emozioni e un respiro

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Pare che sia sempre necessario emozionarsi. Che ciò che non emoziona abbia in ogni caso (e sempre) meno valore di ciò che emoziona. Sembra che qualsiasi concetto debba essere veicolato emotivamente per essere compreso, per essere ritenuto importante, pare che al centro dell’essere umano debbano esserci sempre le sue emozioni, e mai che la sua razionalità, i suoi sentimenti, la sua intelligenza delle cose.

Pare a me che questo accada e in un modo molto confuso, non facilmente decifrabile, ma che accada senz’altro. Pare, sempre a me, che questa cosa possa essere anche un po’ pericolosa, o semplicemente limitante. E per tutte queste ragioni (e sentimenti), ho trovato molto interessante il post che ho letto oggi su «L’Indiscreto» e che ho pensato di proporvi (lo trovate qui). Cerca di tradurre in un linguaggio meno soggettivo tutte le sensazioni di cui ho scritto sopra. E prova anche a trovare delle ragioni, dei motivi per tutta questa strabordante rilevanza di cui investiamo le nostre emozioni, in un modo e in una misura che forse sono davvero una novità del nostro mondo.

Non è nemmeno esattamente un post, in verità. È l’estratto di un saggio che trovate in libreria e che si intitola La strategia dell’emozione. Lo ha scritto Anne-Cécile Robert e a un certo punto dice così:

Dall’invasione delle notizie di cronaca sui giornali, ai discorsi politici trasformati in sermoni, fino alla vera e propria infatuazione per la figura della vittima, il rapporto con la realtà è sempre più governato da sentimenti come il dolore, la rabbia o la commozione, ma anche la compassione o l’empatia. Questi sentimenti, sollecitati e incoraggiati, si installano nel cuore delle relazioni sociali a scapito di altre modalità di conoscenza, come la riflessione o la ragione. Se è pur vero che, come ha detto Hegel, «nulla di grande può essere realizzato senza passione», il fenomeno attuale, al contrario, fa dell’emozione una condizione limitante che non porta all’azione ma alla passività. Tutto contribuisce a far sì che ci si aggrappi a uno stato emotivo che priva l’individuo del dominio di sé, incoraggiandolo a sentire piuttosto che a pensare, inducendolo a subire piuttosto che ad agire, impedendogli così di comportarsi da cittadino.

E poco più avanti così:

Questa crescente predilezione per il registro emotivo è sempre più diffusa nei media, anche nel modo in cui vengono presentate le informazioni. Un rapido sguardo a un qualunque quotidiano o al sommario dei programmi televisivi suscita immediatamente un’esplosione emotiva: fatti di cronaca tragici come la scomparsa di un bambino, lacrime versate da un politico durante una cerimonia, testimonianze scioccanti di una personalità che è stata vittima di un qualche abuso, entusiasmo di una squadra sportiva che ha strappato la vittoria per un pelo ecc. Tutto sembra passare al vaglio dell’emotività, anche quando la cronaca non vi si presterebbe spontaneamente.

Insomma, mi pare sia una riflessione utile e spero sia interessante anche per voi. Poi invece, tanto per essere un po’ contraddittori, vi confesso che mi ha davvero emozionato molto sapere che tra pochi giorni una delle trasmissioni radiofoniche che amo di più compie dieci anni. È «Pagina3», la mezz’ora di lettura delle pagine culturali di quotidiani e web che ascolto quasi ogni mattina, andando a lavorare. È una di quelle preziose parentesi di libertà che mi concedo, appena posso, e che nel tempo mi hanno insegnato anche a non disperare troppo, né di me né degli altri.

A celebrare questa minima ricorrenza, sul sito stesso della pagina, c’è una bella intervista che spiega come si stanno evolvendo le pagine culturali dei giornali e quanto anche il web sia una grande risorsa per la cultura del nostro paese. È un piccolo respiro di aria pulita. Prendetevelo, se avete tempo; lo trovate qui.

Davide Profumo
Davide Profumo
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