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e virgola

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Ogni volta che mi si chiede «come la metto» con il problema degli smartphone in classe, io rispondo che boh, non lo so di preciso, che in sostanza non «la metto», che mi pare di avere altri problemi, in effetti, che a volte lo smartphone lo faccio pure usare, se serve (e a volte serve, può capitare), che una volta (ma fu un’eccezione, per questo sono qui a raccontarlo) una volta lo feci pure usare per una strana verifica che doveva essere di latino ma invece parlava di Berlino e forse gli studenti di quella classe quinta ancora imprecherebbero, se mai gli capitasse di ripensarci…

 

Ma insomma, se mi chiedono cosa ne penso del problema degli smartphone in classe, io rispondo che io ho problemi ben diversi in classe, per esempio quello con la punteggiatura (la loro naturalmente, oltre che la mia, devastata dalle parentesi, chissà perché), che gli alunni liceali sembrano non capire, di cui non sanno cogliere il significato, dalla quale sembrano completamente alieni. E anche per questo – non solo per la sua evidente brillantezza – mi piace segnalarvi questo decalogo sulla punteggiatura scritto da Giulio Mozzi, che magari un giorno leggerò in classe (ma alcuni sono davvero troppo piccoli e in difficoltà con la punteggiatura per poterlo capire…) e che senz’altro con soddisfazione propongo qui oggi. Citandone per esempio i punti 2 e 4, che mi paiono importantissimi, e rimandandovi alla lettura felice degli altri:

 

  1. La punteggiatura non è un di più rispetto al testo (alle parole e alle frasi): la punteggiatura fa parte del testo e insieme alle parole e alle frasi concorre a fare ciò che un testo deve fare: produrre un certo effetto su chi legge. E non è vero che non si possano usare i due punti due volte di fila, né che non si possa cominciare un periodo con una ‘e’.

 

  1. L’assenza di punteggiatura è una forma di punteggiatura.

 

E poi, per non lasciarvi troppo velocemente e anche perché ritorno dopo un breve periodo di lontananza, mi pare che anche questa piccola nota sull’addio valga la pena di essere proposta. Non solo perché gli addii sono davvero una cosa complicata e spesso fallimentare (tanto quanto i ritorni, in effetti); ma anche perché l’addio è in fondo una specie di segno di punteggiatura dell’esistenza, un punto e a capo, che è così diverso (non mi stancherò mai di spiegarlo ai miei giovani e inesperti studenti) da un normale punto fermo. E ogni addio, quindi, ci costringe a ripartire dall’inizio della riga successiva, sempre un po’ più bianca.

 

E a ricominciare.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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1 Comment

  1. Stefania S ha detto:

    Caro Prof, scandire il tempo permette di cogliere il piacere del suo scorrere. Non le pare? Punto, no? puntini, nemmeno? Facciamo un punto e i soliti tre puntini. Niente di più, virgola, niente di meno. Punto puntini.
    Ben tornato: punto esclamativo.

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