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due consigli (e un obbligo)

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Visto che vengo ospitato qui anche per parlare di libri che ho letto o che vorrei leggere, e che magari qualcuno dei cardiologi di passaggio vorrà poi leggere anche lui, mi prendo questa splendida domenica mattina per parlarvi di tre libri che non potevo scegliere più diversi di così. E che, almeno i primi due, non appartengono nemmeno a questo tempo «presente», ma in qualche modo lo raccontano assai meglio di altri che si pretendono libri della contemporaneità.

Il primo libro è un classico (e sono quasi tentato di dirvi che ne ho già parlato proprio qui alcuni mesi fa… ma, a causa dell’età, non me ne ricordo). È uno dei libri che hanno fatto la storia del Novecento e forse la avrebbero fatta ancora meglio e ancora di più, se non fosse stato maltrattato dai critici, dagli editori e anche un po’ da noi lettori. Si intitola (eh, è difficile pure dire come si intitola, figuratevi…), si intitotlava Il partigiano Johnny, ma oggi si intitola Il libro di Johnny, è stato scritto da Beppe Fenoglio ed è un libro tutto nuovo, «la più importante pubblicazione dell’anno», come scrive Matteo Nucci; il quale lo presenta brillantemente così:

Ci troviamo fra le mani un volume assolutamente unico nel panorama della letteratura del Novecento. Non solo perché molte parti del Partigiano, alla luce di ciò che Fenoglio scrive nella prima sezione, acquistano ora un senso completamente nuovo. Ma soprattutto perché, come spiega Pedullà nella sua eccellente introduzione, possiamo infine valutare appieno la portata epica del racconto fenogliano. “Si è sempre ripetuto che dietro Fenoglio si nascondono Omero e Melville. Verissimo. Ma a me pare che in questo caso il vero modello vada cercato piuttosto nell’Eneide di Virgilio. Se infatti guardiamo alla struttura dell’opera, cosa vediamo? La prima parte racconta i viaggi di Johnny, le sue peripezie attraverso la penisola come allievo ufficiale. La seconda mette al centro la guerra partigiana. Proprio come nell’Eneide, dove i primi sei libri si rifanno alle peregrinazioni di Ulisse nell’Odissea mentre gli altri raccontano il conflitto nel Lazio sulla scia dell’Iliade. È anzitutto a questo Virgilio che Fenoglio guarda come punto di riferimento”. […]

Un grande libro epico, senza paragone in Italia e non solo, con una fortissima carica morale e politica nel senso più alto del termine. Forse anche biblico, come sembra suggerire il titolo.

 

Insomma, se voi foste miei alunni di liceo, vi direi che questo non è nemmeno un consiglio di lettura: è obbligatorio.

Del tutto facoltativo, invece, è il secondo libro: perché infinitamente meno importante e perché tanto meno «classico» del primo (ma un po’ classico, vedrete, in qualche modo, anche lui). Però più agile, e quindi magari più gradevole per una domenica di sole e più leggero da portarsi in giro. E comunque un libro che, a suo modo, ha fatto la storia degli anni ’90, rivelando il talento di Nick Hornby e tutto un mondo di patiti della musica a cui, in un modo o nell’altro, abbiamo forse cercato di appartenere anche noi. Il consiglio è di leggerlo seguendo le suggestioni con cui lo ricorda (a vent’anni dalla sua prima uscita) Pierluigi Lucadei: quante cose sono nel frattempo cambiate, quante invece, nonostante tutto, non cambieranno mai.:

Nel 1995 c’erano degli oggetti favolosi chiamati dischi, in ogni città dei ritrovi di perdizione dove questi oggetti venivano venduti e dei pazzi che li frequentavano assiduamente, sfogliando riviste specializzate e spendendo porzioni cospicue di paghette e stipendi. Di questo mondo che ormai non c’è più parlava “Alta fedeltà”. Eppure nessuno, rileggendolo oggi, si sognerebbe di definirlo un romanzo datato.

 

Ed è, questa, anche se forse il suo autore non vorrebbe sentirselo dire, una definizione quasi involontaria di «classico»: un libro che parla di noi e del nostro muoversi confusamente sul pianeta, al di là degli oggetti di cui, in un momento piuttosto che in un altro, ci piace circondarci.

E infine, per chiudere con una riflessione altrettanto presente (nel senso dell’autentico tempo «presente»), ho letto in questi giorni un acuto saggio (forse proprio un pamphlet) di Luca Simonetti, che (dichiaro subito il mio conflitto di interessi) ho anche avuto il piacere di conoscere qualche sera fa. Il suo libro si intitola Contro la decrescita ed è uscito circa un anno fa. È una riflessione documentata e interessante, che vuole spazzare via molti dei luoghi comuni su cui fondiamo le discussioni antropologiche «da bar» cui troppo spesso amiamo indulgere («ah, i bei tempi! come erano buone le fragole di una volta…! come si viveva bene fino a trenta o a cento anni fa! come sarebbe bello far ritorno alla natura…!») e lo fa con uno stile asciutto e gradevole. La descrizione più efficace è forse quella che ne dà Guido Vitiello, cui volentieri vi rimando:

Le teorie della decrescita gli appaiono [a Luca Simonetti] come chimere sentimentali, funzionali ad occultare i rapporti reali e i meccanismi della produzione. In compenso, il miraggio di un ritorno alla sobrietà, alla frugalità conviviale e ai ritmi lenti della natura svolge egregiamente le sue funzioni narcisistiche: lenisce il senso di colpa dell’occidentale che ha mangiato troppo, e porta a foggiarsi una falsa immagine del proprio posto nel sistema, nutrendo l’illusione che sia possibile chiamarsene fuori con poco sforzo. Ne deriva che, messe in pratica, queste idee prendono spesso la forma di una secessione, di un’uscita individuale dall’inferno consumistico, scelta ininfluente gabellata per rivoluzionaria: si chiama downshifting, e può variare da qualche misura di austerità a più drastiche scelte neomonastiche o autarchiche.

Oppure potete leggerne la recensione di Matteo Sacchi, qui, che è senz’altro meno cattivo e magari vi starà più simpatico, non so. E comunque, buona domenica; e buone letture.

Davide Profumo
Davide Profumo
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