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dover capire

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Mentirei se vi dicessi che sto proponendo la semplice lettura di un post, stamattina; e forse non sarei sincero nemmeno se mi correggessi subito, raccontando che sto proponendo un libro, nuovo perché appena ristampato (anche se uscito trent’anni fa), nuovo perché non ha smesso di dire le cose che aveva da dire quando per la prima volta lo leggemmo, ed eravamo giovani studenti.

Ma mentirei, perché la verità è che il post di oggi è (più di ogni altra volta) un semplice pretesto; e lo è anche il libro di cui tale post parla, presentandolo e regalandoci la voglia di leggerlo, di rileggerlo subito, adesso, rimandando ogni altro impegno che forse non avevamo; perché quello che più mi preme è in realtà il protagonista di entrambi, post e libro, e cioè Gianfranco Contini, il filologo, il «maestro», uno dei pochi a cui è necessario ogni tanto tornare.

[Ci sono strani segni, a volte: ieri sera, in una conversazione con amici a proposito di qualcosa che non ricordo, ho citato Gianfranco Contini; non lo citavo da chissà quanto (a parte le lezioni a scuola), forse anni; poi, stamattina, apro il web e il primo volto che mi si presenta in fotografia è quello di Gianfranco Contini… Insomma né io né lui possiamo credere ai segni, è ovvio. Che però, va detto, a volte ci sono, e sono assai curiosi…]

Uscì dunque alla fine degli anni ’80 questa conversazione in cui Gianfranco Contini, ormai notissimo, raccontava di sé e delle sue passioni letterarie e civili. Uscì in libreria e divenne per noi studenti di letteratura, aspiranti filologi, un piccolo libro di culto, un volumetto un po’ sacro che citavamo e ci passavamo di mano in mano. Imparammo in effetti un po’ di cose. (Tantissime ne avevamo già imparate leggendo i saggi di Contini su Dante, Gadda e Montale, decifrandoli pagina per pagina, cercando di capire le parole dell’interpretazione.) E oggi il ritratto-recensione che di Contini fa Danilo Bonora sul web (lo trovate qui, è bellissimo) riprende il filo di quei discorsi, mai segretamente interrotti, e li proietta sul tempo che è passato, lasciandocene scorgere i limiti ma anche le potenzialità, che non sono mai state davvero espresse.

Fino ad arrivare qui, a questo passaggio, su cui credo che Contini sarebbe stato d’accordo, in cui Bonora scrive (potentemente) così:

E trent’anni dopo? Caduto l’Ancien Régime, lo strutturalismo – rotolato a valle con il suo vocabolario di “eterodiegesi” e “focalizzazioni zero” – si è ridotto a metodo didattico per concorsi scolastici, sono crollate torri e dittature, e la critica è tornata in fretta alla Storia e ai grandi temi civili rilanciati dal global novel. Nel frattempo qui da noi le facoltà di lettere venivano depauperate delle loro discipline più prestigiose e imbottite di garruli corsi afferenti l’area della “comunicazione” e dei servizi; nella scuola si cercava sempre più di tenere gli studenti al riparo dall’alieno non addomesticato, attraverso un curioso training di oblio delle parole del passato e di banalizzazione della “difficile” lingua letteraria. Non sia mai che la gente grazie a un po’ di libri si trovi costretta a scoprire qualcosa di nuovo su di sé, subodorando una linea autobiografica in conflitto con i propri confirmation bias, insomma un’insidiosa e rimescolante apertura di prospettiva: meglio stare fermi…

Ecco, mi pare che questo sia il punto. E mi pare, ora che ci penso, che fosse anche il punto della conversazione di ieri sera, a proposito di altri maestri della filologia e del’interpretazione che si sono rivelati, negli anni, meno maestri di Gianfranco Contini.

Non era un post, insomma; voleva essere semplicemente un omaggio. A uno dei più grandi intellettuali che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Difficile da leggere, senz’altro; volontariamente ostico, lo sappiamo; ma forse, ci dicono queste conversazioni, a volte è necessario non semplificare. E fare in modo che i giovani studenti (se tali sono) si immergano nella fatica immane di dover capire.

Davide Profumo
Davide Profumo
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