Dal questionario che abbiamo condotto tra gli iscritti alla newsletter ATBV emerge chiaramente quanto enfatizzato dal titolo. Insieme al burden delle comorbidità, l’infiammazione residua è considerata uno dei determinanti maggiori del rischio residuo dei pazienti dopo infarto miocardico acuto. Questo punto è certamente enfatizzato anche dal fatto che oggi non abbiamo armi efficaci per ridurre l’infiammazione (visti di recenti fallimenti in merito all’uso di colchicina) e quindi, mentre possiamo bersagliare con più farmaci il colesterolo LDL, poco o nulla possiamo contro l’infiammazione residua.
Perciò non stupisce che, di fronte alla domanda se ridurre l’infiammazione possa essere una buona strategia, i partecipanti siano praticamente convinti al 100% che si tratti di una strada con enormi potenzialità.

Nello specifico, dal sondaggio emerge come l’infiammazione sia considerata un effettore finale o marker del burden delle comorbidità. Tutti noi siamo preoccupati da diabete, BPCO, arteriopatia periferica e sindrome metabolica. Tutte queste patologie hanno un comune denominatore: l’infiammazione sistemica e persistente. È implicito che, se fossimo in grado di ridurre questo burden infiammatorio, le implicazioni positive per i nostri pazienti sarebbe molteplici.
