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domande semplici

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A volte è la semplicità delle domande a mettere in crisi. E siccome il «mettere in crisi» (le certezze, le modalità predefinite, i luoghi comuni e le retoriche) è una delle qualità che ancora vogliamo riconoscere alla letteratura, ai libri che leggiamo o non leggiamo, ai versi che imperterriti risuonano sulla pagina, ecco, a volte le domande semplici, in letteratura, colpiscono nel segno più di quelle complicate, che finiscono per risultare sterili. Purché, naturalmente, a domande semplici seguano risposte necessariamente complesse e articolate, le uniche di cui abbiamo davvero bisogno.

È pieno quindi di domande semplici l’articolo che vorrei segnalarvi oggi, a proposito di uno scrittore e regista e polemista (Pier paolo Pasolini), di cui tra qualche settimana sentirete nuovamente molto parlare, giacché se ne avvicina il centenario di qualcosa, mi rifiuto di sapere cosa.

È pieno di domande semplici, a tratti pure un po’ scomposte e ingenue, come queste:

E, infine, per lui [Pasolini, appunto] chi è la figura dell’ordine? Cosa rappresenta la stagione dei movimenti come mentalità? Quanta innovazione e quanta consuetudine si produce in quella realtà? C’è una regolarità del modello italiano? E dunque quale attesa di futuro è possibile per Pasolini negli anni dei movimenti? Oppure: Che cosa è il fascismo nel dizionario culturale di Pasolini?

Quanta nostalgia, memoria, invenzione del passato, o reinvenzione del passato, creatività, sensibilità si mettono in moto di fronte alla «fine del mondo» e, fuori di metafora, alla fine del proprio mondo? Che vita è quella dopo e che immaginario crea? Come lo si racconta e come lo ritrae? Com’è l’occhio, la parola, l’orecchio, il paesaggio di chi ha perso un mondo? Di chi ha visto qualcuno perdere il proprio mondo e di chi nel tempo è sopravvissuto?

Non è facile rispondere a queste domande semplici (chi come me passa molto tempo della sua vita a scuola, lo sa: sono temibilissime, le domande semplici, quelle degli studenti assai di più delle altre). Ma proprio perché non è facile, varrà la pena forse tentare di farlo. E magari, oltre a celebrare l’immancabile centenario di qualcosa (lo so, è la nascita, lo so…), provare a rileggere qualche libro, qualche articolo, a rivedere qualche film di Pier Paolo Pasolini e a rispondere, anche vagamente, anche approssimativamente, anche a una sola di queste un po’ sgraziate domande. Ce la faremo? Sarebbe bello, sarebbe già qualcosa; ma anche se non ce la facessimo, avremo comunque riletto qualche libro, qualche articolo, rivisto qualche film di Pier Paolo Pasolini. E sarebbe già abbastanza, assai di più che continuare a discuterne come si discute di un’immagine su una maglietta, di un logo, di un simbolo cui non corrisponde nulla che non siano i nostri pregiudizi.

E a proposito di simboli e pregiudizi, immagino che anche voi cardiologi, dalla fatica delle vostre corsie di ospedale, abbiate sentito che si è discusso molto di esame di maturità, in questi giorni. E che magari vi sia venuta la curiosità di sapere cosa ne penso io (che sono direttamente coinvolto, in quanto commissario d’esame) di questa benedetta maturità. Nel caso vi fosse successo, vi accontento subito. Quello che penso io lo ha scritto benissimo Claudio Giunta, sulle colonne di un giornale nazionale. È un pezzo che trovate qui e, per togliervi subito ogni dubbio, inizia così:

Io l’esame di Stato lo abolirei, perché un esame che passano praticamente tutti non è un esame. «Ma – si obietta – è comunque una prova, una soglia che si supera, un rito di passaggio, nonché un buon modo per convincere i ragazzi più svogliati a studiare un po’ più del solito (“Quest’anno c’è la maturità!”)». Sì, ma dobbiamo smettere di prendere le cose non per il loro valore in sé ma per i loro effetti collaterali o il loro significato simbolico: la condanna troppo severa che però dà l’esempio agli altri aspiranti delinquenti, le mascherine sulla faccia anche se non servono perché così uno sta attento, gli esami che si superano in ogni caso ma intanto mettono addosso un pochino di virtuosa tensione. Nessun angolo della vita associata senza il suo bravo nudge. Non va bene. Un esame dovrebbe accertare il possesso di determinate conoscenze o competenze o abilità. Le accerta l’attuale esame di Stato? No, quindi meglio prenderne atto, risparmiare i soldi e la fatica, concentrarsi su cose più utili (per esempio non passare dei mesi a prepararsi per l’esame) e consegnare all’università o alla vita o a nessuno il compito di fare filtro.

 

Davide Profumo
Davide Profumo
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