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di sbieco
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domande in sottofondo

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Lo ricordo vagamente ma lo ricordo senz’altro: qualche anno fa lessi, da qualche parte chissà dove, che il senso dell’esistenza, se mai esiste, ha la forma del punto di domanda, perché è esso stesso una domanda e non una risposta. E forse è questo il motivo per cui mi piacciono tantissimo gli alunni che fanno domande durante la lezione (i miei nuovi alunni siciliani, in questo, sono piuttosto imbattibili, ve lo dico…); e forse è anche il motivo per cui, quando mi ricordo, mi sforzo anche io di fare domande e di ascoltare le relative riposte (ma non è facile, né una cosa né l’altra).

 

Per cui mi piace proporvi oggi questa specie di «elogio della domanda» che ha scritto Annamaria Testa e di cui condivido ampi passaggi (su alcune cose resto dubbioso, ma le farò qualche domanda di persona, quando ne avrò l’occasione). Lo trovate qui, ma mi fa piacere anticiparvi questo bellissimo passaggio:

 

Porre una domanda significa entrare in una relazione di scambio. E significa affidarsi alla capacità e alla volontà dell’interlocutore di rispondere a tono. È un po’ come quel gioco che consiste nel lasciarsi andare all’indietro, confidando che la persona dietro di noi ci afferri in tempo e ci sostenga. Bisogna anche (se la domanda è onestamente posta) essere onestamente disposti a mettere in crisi e ristrutturare il proprio patrimonio di informazioni per accogliere la nuova informazione ottenuta, nel caso questa contraddica i dati già posseduti. Una pratica che può rivelarsi tanto destabilizzante quanto faticosa.

 

Ma c’è anche un’alternativa alle domande, credo io. Ed è il silenzio. Nel senso che forse, laddove non valga la pena di fare domande (o cortesemente rispondere alle domande che qualcuno ci ha – incautamente – rivolto), sarebbe necessario stare zitti. E sarebbe un guadagno per tutti. E anche sul silenzio ho un rapido post che mi fa piacere proporvi. Lo ha scritto Astutillo Smeriglia (io l’ho letto ascoltando una canzone in sottofondo…) e dice, a un certo punto, così:

 

Fra tutti gli strumenti che l’uomo ha ideato per eliminare il silenzio, ce n’è uno che li batte tutti: le canzoni. Lo scopo principale delle canzoni non è fare musica, come ingenuamente si crede, ma cancellare in modo sistematico e definitivo dall’esistenza umana ogni traccia di silenzio, anche la più piccola, e questo vale per tutte le canzoni, da Gigi D’Alessio ai Radiohead, su su fino ai Girls in Hawaii. Le canzoni sono dappertutto, nei bar, in palestra, nelle sale d’attesa, persino nei bagni pubblici, e anche se ti chiudi nel ripostiglio di casa tua e ti tappi le orecchie, le canzoni continueranno comunque a risuonarti nella testa con le loro melodie orecchiabili. Non vorrei sembrare esagerato, ma le canzoni sono la negazione ontologica del silenzio, perché non si limitano a coprirlo, cosa che può fare anche un banale neonato, ma lo annientano come possibilità. A causa delle canzoni, non è rimasto nessun posto sulla Terra dove si possa trovare un po’ di silenzio.

 

Per cui, se avete letto tutto fino alla fine, direi che c’è soprattutto una domanda che dobbiamo porci e che ci poniamo molto di rado. E la domanda è: «Perché ci dà così fastidio il silenzio?» E la risposta, ovviamente, non la so.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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1 Comment

  1. Stefania S ha detto:

    Caro Prof, probabilmente ciò che dà fastidio del silenzio è la sua capacità di negare il frastuono, arma insuperabile per riuscire a non pensare.

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