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Vi concedo (è pura generosità, starei per dirvi, ma non so se cogliereste l’ironia della parola scritta male…) tre possibilità, in questa mattina di settembre.

 

La prima possibilità che vi concedo è un post lungo e impegnativo e noioso a proposito di una delle cose più noiose che vi sia (forse) mai capitato di studiare, che è il latino. È un post lungo e impegnativo e noioso perché certi argomenti non si possono che affrontare così, con impegno e fatica; altre strade sono scorciatoie, non bastano più. E sul futuro dello studio del latino in Italia è necessario riflettere molto e senza ricorrere a nessuno degli inutili cliché a cui siamo inutilmente da anni abituati. Per cui vi affido volentieri alle parole di Gianni Guastella, la cui riflessione mi pare perfettamente impostata e dunque anche interessante. E che parte, per esempio, da una considerazione ineludibile come questa:

 

Alla fine dei nostri percorsi liceali (e purtroppo anche dei nostri percorsi universitari) non molti studenti risultano forniti di conoscenze sufficienti per leggere i testi classici del canone scolastico: la maggior parte di essi non va mai oltre un esercizio di lenta e faticosa decifrazione di testi di cui non riesce a cogliere l’insieme. Dunque lo scopo per cui teoricamente è pensato lo studio del latino, in un altissimo numero di casi non viene raggiunto. All’impossibilità di conseguire veramente lo scopo didattico che ci si prefigge si cerca di ovviare, tanto nella scuola quanto nell’università, con vari espedienti, che hanno portato a una curiosa divaricazione fra le conoscenze della lingua e quelle della letteratura latina. Da un lato, infatti, si studia faticosamente una lingua che poi non può essere usata per leggere davvero i classici: dall’altro, questi ultimi vengono affrontati attraverso la mediazione (non sempre di grande qualità) di manuali e scelte antologiche in traduzione. In queste condizioni c’è da chiedersi quale sia l’obiettivo più ragionevole che la nostra disciplina deve perseguire nella scuola e nell’università per mantenere gli standard del passato.

 

Ma può darsi invece che siate stanchi (il rientro dalle vacanze, il caldo settembrino, la prospettiva del lungo inverno di studio e di lavoro…). Ecco allora che c’è una poesia di Guido Catalano che forse farà per voi. È una poesia d’amore, senz’altro. E proprio per questo è bello leggerla, per non dimenticarsi che ci sono le poesie e che c’è l’amore e che le due cose, meravigliosamente, possono stare insieme e starci proprio bene. I primi quattro versi sono questi:

 

Voglio affidare al mare

una dozzina di messaggi

dentro dodici bottiglie

ben tappate.

 

E infine, se nemmeno di poesia avete voglia (perché anche quelle, diciamola tutta, con tutti quegli a capo, possono dare un po’ fastidio…) e nemmeno d’amore (e non saprei perché…), c’è un brevissimo articolo che parla della modella che oggi è la moglie di Donald Trump (l’uomo che magari tra non molto tempo sarà il più potente del mondo) e che dice una cosa molto strana, che a me è sembrata una cosa abbastanza metaforica e che ho quindi deciso di interpretare come una potente allegoria. Leggete questo breve articolo e mi saprete dire se anche a voi… Ma non chiedetemi però quale possa essere il significato nascosto in questa potente allegoria perché, sinceramente, io non l’ho affatto capito.

Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

  1. .mau. ha detto:

    Io credo che sarebbe già utile riuscire a leggere le lapidi in giro per l’Italia e l’Europa 🙂 Poi c’è naturalmente tutta la parte di etimologia, per capire meglio l’italiano.

    Voglio però aggiungere una cosa, Il mese scorso, leggendo un libro sulla creazione della Bibbia, mi sono improvvisamente accorto che l’inizio del Qoelet, il «Vanitas vanitatum, dixit Ecclesiastes; vanitas vanitatum, et omnia vanitas.» non parla della vanità, ma è semplicemente «Massima inutilità, dice lo speaker; massima inutilità, è tutto inutile». (Chiedo scusa per l’anglicismo). Così si capisce meglio tutto il testo seguente, tra l’altro. Però non avrei mai potuto fare una traduzione del genere quando andavo a scuola, perché mi sarebbe stata immediatamente cassata.

    Ecco. Io non chiedo di avere livelli A1 e A2 di latino come scritto da Guastella: non ha senso misurare la competenza come se il latino fosse una lingua parlata. E sono perfettamente d’accordo che almeno all’inizio, prima di passare alla letteratura, bisogna impadronirsi della struttura grammaticale e sintattica, proprio perché è diversa da quella cui siamo abituati. Ma dopo di questo, i classici latini dovrebbero essere letti, non beceramente tradotti,

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