didascalie per ciechi

Visto che mi pare di incontrare sempre più di rado la critica letteraria vera, quella che fa delle interpretazioni e delle recensioni un tentativo di descrivere il mondo, oltre che di parlare dei libri che (spesso immeritatamente) lo popolano (senza descriverlo), ecco che spendo volentieri poche parole, oggi, per parlare di Matteo Marchesini. Del quale, in tutta onestà, non so quasi nulla, se non che quando mi imbatto in un articolo da lui scritto a proposito di qualche romanzo che altri hanno spudoratamente elogiato, mi fermo e capisco che forse è meglio risparmiare quel po’ di denaro che il romanzo pretenderebbe di valere.

 

È splendido, per esempio, il breve pezzo che Marchesini scrive a proposito dei vizi iniziali di molti romanzi contemporanei italiani, che sembrano tutti lo stesso romanzo già dalle prime righe:

 

La scena è da anni la stessa: entro in libreria, apro i romanzi italiani impilati tra le casse, e ho una specie di vertigine. Potrei averne una simile davanti a una sterminata folla di gemelli dai tratti robotici come quelli di certi personaggi di Parise. Un attimo, e non distinguo più l’istinto polemico dal senso di colpa. A nausearmi è la piattezza da serie tv incongruamente spiaccicata su carta? O il mio fastidio è quello di chi traffica a sua volta in narrativa e teme di essere inghiottito dalla folla? Comunque sia, un fatto è certo. Oggettivamente si sono moltiplicati i romanzi che credono di poter sostituire le immagini con roboanti didascalie per ciechi.

 

Ma è altrettanto efficace (e sicuramente assi più articolato) il lungo discorso sull’evoluzione del romanzo che stiamo conoscendo in questi decenni, senza però probabilmente riuscire a riconoscerla e decifrarla sul serio:

 

Il romanzo “classico” funziona infatti solo finché, malgrado la scissione tra io e mondo, si crede a una loro costitutiva somiglianza, cioè al fatto che una vicenda individuale può simboleggiare quella di una società intera. Ma nel Novecento l’individuo si riscopre monade, e sospetta che nessuna storia sia più emblematica di un’altra: tutte sembrano equivalenti, fungibili. Il rapporto del singolo coi destini generali non appare più solo imprevisto ma indecifrabile, dovuto a un caso beffardo o a un fato tragico ma insensato che schiaccia l’uomo (e il romanzo) sotto un’alienante minaccia metafisica.

 

Infine, non ve lo nascondo, il motivo vero per cui oggi ho voluto riprendere un po’ degli articoli che più mi sono piaciuti di Matteo Marchesini, è il fatto che egli ha scritto in questi giorni un bel pezzo a proposito del vincitore del premio Strega, e mi è parso subito necessario registrarlo anche qui, in queste inutili pagine, per non dimenticarlo troppo presto. Il pezzo parla anche di Michele Mari (e dice cose che non riesco a condividere del tutto, perché – ahimè – Mari è uno di quei flirt letterari a cui non voglio facilmente rinunciare…) ma soprattutto arriva a una conclusione a parer mio notevolissima:

 

Una volta si sarebbe detto che soddisfare questo bisogno di mettersi al sicuro di un gusto codificato tra gente di gusto porta dritti al filisteismo. Evitiamo pure questa antipatica parola. Mi limito a osservare che così si rischia di sostituire lo stile, cioè un modo di guardare il mondo conquistato affrontando gli ostacoli senza rete, e quindi senza nascondere la fragilità, con la stilizzazione, che è l’enfatica sclerotizzazione di un elemento già dato, di un déjàlu, e una maniera apparente di vincere senza combattere. Dove la letteratura si lascia classificare subito come tale, dove si dimostra troppo coerente e omogenea – non importa se in forme anoressiche o bulimiche – proprio lì di solito tende a tradire sé stessa, le sue possibilità più alte e necessarie.

 

E poi, per lasciarvi come è giusto alla domenica di sole, c’è un libro di poesie per cui qualche giorno fa Marchesini ha speso parole elogiative. Io l’ho appena appena sfogliato e l’ho trovato pieno di suggestioni e di sprazzi di bellezza, proprio come Marchesini dice. Ed è sempre bello imparare a fidarsi di qualcuno che consiglia libri.

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Davide P.
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