di sbieco

Ho già scritto, anche se non ricordo quando, che penso che guardare le cose di sbieco sia spesso il modo migliore che abbiamo per cercare di capire realtà che non riusciamo a capire, forse perché le abbiamo per troppo tempo guardate di fronte, senza prospettiva, come se fossero in due dimensioni. E mi pare anche di ricordare di avere scritto, una volta, che guardare di sbieco è una delle forme privilegiate della cultura, laddove lo sbieco sia o non sia un romanzo, oppure una poesia, o semplicemente un dialogo tra persone reali o immaginate. Se l’ho già detto, ecco, sappiate che lo penso ancora: gli uomini si capiscono di sbieco, se talvolta si capiscono.

 

Per cui vi propongo oggi due post che sembrano un po’ meno letterari ma che guardano di sbieco il mondo e le persone, secondo me; e che proprio per questo, quindi, finiscono per diventare molto letterari, come la cosiddetta non fiction, che gode di così grande fortuna in questi strambi tempi che abitiamo. E non so se siano contenti, gli autori dei due post, di diventare letterari, forse no; ma per me resta un complimento, perché è nel suo essere sempre un po’ di sbieco che la letteratura sa raccontarci chi siamo (che tipo di esseri umani siamo; come riusciamo a pensare agli altri esseri umani che invece non siamo) molto meglio del giornalismo, probabilmente.

 

Il primo post parla d’amore (come da sempre fa la miglior letteratura). Ma anche, sbiecamente, di periferie, di emarginazione, di razzismo, di delinquenza, di linguistica. Ve ne propongo un brevissimo estratto, ma per intero lo trovate qui:

 

“Mi sono accorto abbastanza presto di cosa significa essere rom: quando ho cominciato ad andare a scuola, le insegnanti ci trattavano come ragazzi diversi. Ci mettevano a sedere negli ultimi banchi, ci davano da fare compiti strani come se fossimo ritardati”, racconta. Spesso doveva comporre dei puzzle, mentre gli altri bambini studiavano sui libri e seguivano il programma scolastico. “Si sono accorti di me quando un giorno ho alzato la mano per rispondere a una domanda che la maestra aveva fatto alla classe”, racconta. “‘Devi andare al bagno?’, ha chiesto la maestra. ‘No, vorrei dire qualcosa sul feudalesimo’, ho detto io”.

 

Il secondo post parla invece di orologi e di tempo. Ma anche di vecchiaia, di sbarre, di stanze singole, di visite mediche, di colloqui con i famigliari. E lo trovate qui, mentre ve ne lascio un piccolo estratto:

 

Gli anziani in carcere dunque non sono una curiosità o un errore: sono il nocciolo della questione. I bambini innocenti chiusi insieme alle loro mamme suscitano indignazione; gli anziani colpevoli, però, sono più significativi. Alcune contraddizioni dell’esecuzione penale risaltano meglio sul corpo degli anziani. Di fronte agli ultra settantenni, ultra ottantenni persino, è più immediato – quasi inevitabile – chiedersi: è questa la soluzione più intelligente che abbiamo? La più economica, la più legittima, la più efficace?

 

E poi nient’altro. Se non la rinnovata consapevolezza del fatto che gli esseri umani sanno parlare d’amore e di solitudine, e sanno – talvolta – mettersi di sbieco a guardare il mondo e gli altri esseri umani. Il che, francamente, non mi pare poco.

Davide P.
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