Di quello che siamo

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di ascoltare l’intervista che lo storico dell’arte Tomaso Montanari ha concesso alla trasmissione della Rai «Che tempo che fa»; e ho trovato le sue parole molto interessanti e stimolanti. Ho ascoltato il suo punto di vista su concetti come «cultura», «patrimonio culturale» e «humanitas» e l’ho trovato brillante, non convenzionale e finalmente (permettetemi) anche un po’ fuori dai consueti e vanissimi luoghi comuni sulla cultura, cui siamo dolorosamente abituati. Per questo vi consiglio, se ne avrete tempo, di andare sul sito della Rai a e di ascoltare quell’intervista (è qui, dura poco più di 10 minuti): perché fa sempre bene meditare opinioni non ovvie e non trite su una questione così importante come quella del patrimonio culturale italiano.

 

Ma la televisione non basta, come sempre. E dunque, in questi giorni, ho anche letto l’ultimo libro di Tomaso Montanari, che si intitola Istruzioni per l’uso del futuro. E di nuovo l’ho trovato una lettura di estremo interesse: a volte discutibile o eccessiva, ma complessivamente condivisibile, sempre originale e piena (di cose perdonatemi il lessico semplice, ma a volte è anche quello più efficace) giuste.

 

Come questa per esempio:

 

  • Prima ancora che sulle leggi, sui fondi, sulla politica culturale o sui ministri, la salvezza del nostro patrimonio culturale si gioca sul ruolo che assegniamo a quel patrimonio nella nostra vita. Esso rientra nell’immensa parte dedicata al consumo e alla produzione, o può invece alimentare il poco che dedichiamo alla crescita morale, all’educazione e all’allenamento intellettuale? A cosa serve, davvero, la storia dell’arte: a far crescere il Pil o a far crescere il nostro spirito? Siamo abituati a calcolare con grande attenzione il ritorno di ogni nostro investimento: ebbene, oggi dobbiamo decidere se rimanere umani e civili è un ritorno sufficiente.

 

E come il breve ma perfetto capitolo che si intitola «Quotidiano». Insomma, è un libro che mi sento di consigliare a tutti. Magari anche solo per discuterne e non essere d’accordo. Ma, finalmente, cominciare a discutere davvero di cultura, e di quello che in fin dei conti siamo.

Davide P.
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