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di paesaggio contemporaneo

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Se dovessi farvi il titolo del libro che in questi ultimi mesi mi ha fatto più volte tornare su certi pensieri e certi argomenti, costringendomi a pensare (e magari a distrarmi) mentre ero alla guida su una strada di campagna, probabilmente vi citerei La teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura. Non tanto perché lo abbia trovato interessante (l’ho trovato in effetti molto interessante), ma perché è un ritratto del mondo che stiamo percorrendo visto secondo una prospettiva a cui non avevo mai pensato prima e che merita, a mio parere, invece di essere con attenzione pensata. Per questo motivo, mi pare importante oggi rimandarvi a questo articolo in cui, sinteticamente, lo stesso Ventura ripropone alcune delle riflessioni che stanno al centro del suo saggio sulla «classe disagiata». Come per esempio questa:

 

… gli anni di studio e di esperienza richiesti per l’inserimento professionale aumentano sempre di più, e questo non perché aumentino le competenze richieste dal mondo del lavoro ma perché il sistema di selezione è sempre più competitivo. I posti sono pochi e noi siamo troppi. Ma perché ci sono così tanti aspiranti-qualche-cosa che propongono delle straordinarie competenze, che in pochi vogliono, mentre nello stesso momento si ricercano dei lavoratori meno qualificati e li si fanno venire dall’altra parte del mondo? Perché, come vi dicevo, i nostri bisogni, le nostre aspirazioni e in fondo la nostra stessa identità sono una costruzione sociale. Noi siamo programmati per desiderare un certo stile di vita. Ci avevano detto di studiare per fare lavori di concetto, per evitare di essere sostituiti dalle macchine, e ora ci accorgiamo che non ce ne saranno comunque abbastanza per tutti. Certo, nessuno di noi sta morendo di fame. Eppure emigriamo, come ho fatto io, ci impoveriamo, consumiamo sempre più alcool droghe e psicofarmaci, e sostanzialmente ci estinguiamo. Gente di trent’anni con una fragilissima autonomia economica, coppie che invecchiano sognando il loro primo figlio…

 

Oppure, quasi a eliminare ogni spazio di non detto, questa:

 

Ma se fosse proprio questa la nostra tragedia? Siamo troppo ricchi per rinunciare alle nostre aspirazioni e troppo poveri per realizzarle. Ognuno insegue queste poche opportunità spendendo sempre più tempo e denaro, il che forse è razionale individualmente ma è causa di un enorme spreco collettivo di risorse.

 

Ma ci sono anche altri titoli che mi pare raccontino il presente come noi facciamo fatica a vederlo. Dei saggi fulminei e delle poesie di Guido Mazzoni ho già molte volte parlato, per esempio. Il suo ultimo libro, La pura superficie, è a tratti straordinario, come i precedenti (e sarebbe il suo nome quello che io farei se mi chiedeste il nome del più lucido tra gli intellettuali italiani di oggi). Ma istruttivo, benché assai meno lirico, è anche il saggio che Marta Fana ha pubblicato per Laterza, che si intitola Non è lavoro, è sfruttamento. Ci troverete numeri e statistiche non esattamente confortanti; ma forse non è di conforto che abbiamo bisogno, forse non adesso. E comunque, se siete curiosi, lo trovate presentato qui, in maniera piuttosto originale, da Alberto Prunetti.

 

Infine ci sarebbe la narrativa. Che però, francamente, langue, almeno nel nostro meraviglioso paese e racconta la realtà come può, cioè maluccio, affidandosi più alla retorica che alle prospettive originali. Per cui non è un caso, nemmeno questa volta, se ci troviamo sempre con in mano gli stessi libri, romanzi degli anni Trenta, fantasmi di un Tom Joad che non ne vogliono sapere di lasciarci alla concretezza nuda del nostro reale. Lo spiega, in poche efficaci parole, un blogger che si legge sempre volentieri. E le poche parole sono queste:

 

C’è una cosa che mi capita spesso di pensare alla fine di certi libri – “La guerra del Peloponneso” di Tucidide, “Furore” di Steinbeck, cose così: mi capita di pensare che li leggiamo e la prima reazione che abbiamo è “guarda che modernità, sembra scritto adesso, questi ateniesi sembrano gli americani e questi Joad sembrano i migranti siriani”; ma il fatto è che non sono loro – Tucidide, Steinbeck, i loro libri – a essere moderni, siamo noi a essere rimasti fermi. Se dopo un secolo o due millenni e mezzo parliamo e pensiamo e agiamo ancora come quei contadini dell’Oklahoma (e i bravi cittadini californiani che gli danno fuoco alle baracche) o come quegli ambasciatori ateniesi nell’isola di Melo, siamo noi a essere “vecchi”. E la nostra idea di progresso, di una linea non necessariamente retta ma comunque continua che ci porta da A a B dove B è un posto migliore, che sta più in alto, dal quale si gode di una vista più bella. E invece spesso no…

Davide Profumo
Davide Profumo
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