di corsa, nel letto

Ho appena letto due cose interessanti sulla scrittura e quindi, forse, sulla letteratura che leggiamo. Due piccole tessere che si aggiungono all’interminabile tentativo di dare forma a questa strana idea che attraverso la parola si possa giungere a un qualche ritratto del mondo, secondo un itinerario che ancora ci resta, parere mio, in gran parte ignoto. La prima cosa che ho letto riguarda la corsa e molti scrittori, tra cui la bravissima Joyce Carol Oates; e vi si dice così:

 

«Senza le mie corse non avrei potuto continuare a scrivere romanzi», racconta Oates. Scrivere e correre sono «due attività gemelle», entrambe «intimamente legate allo storytelling», entrambe inoltre «hanno un rapporto indissolubile con la coscienza», sostiene l’autrice: «Il correre sembra permettermi, idealmente, di espandere la mia coscienza e visualizzare quello che sto scrivendo come un film o come un sogno. Quando sono davanti alla macchina per scrivere, raramente mi capita di inventare, piuttosto evoco un’esperienza». Per Oates dunque correre è un prerequisito dello scrivere, perché «non ho mai pensato alla scrittura come a una stesura di parole sulla pagina, ma piuttosto come a un tentativo di dare corpo a una visione».

 

E subito dopo così:

 

Perché correre aiuta a scrivere? Da dove origina il legame, osservato da molti, tra moto e creatività? Deve esserci «qualche legge della neurofisiologia ancora da chiarire», notava Oates, che spiega come la corsa riesca a trasformarsi in strumento di sanità mentale, in un’illusione di avere il controllo sulla scrittura e sulle parole.

 

E poi c’è anche una spiegazione, che ho letto ma che come tutte le spiegazioni mi è parsa meno interessante (sempre avuto passione per le domande non per le risposte, è una debolezza…) Però, se seguite il link, voi potrete leggerla e forse appassionerà voi.

 

La seconda cosa che ho letto da proposito di scrittura e letteratura, la diceva Leonardo Sciascia e in sostanza è che l’amore fa male alla scrittura; o forse, non so se ho capito bene, è il sesso che fa male alla scrittura; o più probabilmente entrambe le cose, se sono separate (mentre quando stanno insieme, se ho ben compreso, non ostacolano la scrittura; cioè, non la aiutano nemmeno, ma questo avevo già intuito che sarebbe stato chiedere troppo…). È un discorso complesso e finanche sorprendente, che troverete qui, in una bella intervista che Claudio Giunta fa al curatore dell’opera completa dello scrittore siciliano, che sta uscendo per Adelphi. Ci sono molte domande; quella a cui mi riferivo (sul sesso e l’amore) ottiene questa risposta:

 

[Dice Sciascia] intervistato dal «Corriere della Sera» insieme con la moglie e le figlie: «Come scrittore non credo d’aver dato a mia moglie dei problemi particolari […]. Paradossalmente è meno borghese lo scrittore che vive in famiglia, non tradisce la moglie, si comporta come un impiegato di banca… Io, in famiglia mi mi ci trovo bene». E potrei ricordare altre interviste a rotocalchi femminili come «Amica» o «Grazia» curiosi del suo privato; in una rilasciata a «Grazia» del 1976 espresse una sorta di auspicio: «una volta o l’altra scriverò una storia d’amore, ma proprio d’amore, non di erotismo senile, come a tanti scrittori della mia età capita». Forse quella storia d’amore è Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia (1977), dove l’iniziazione sessuale di Candido Munafò è vista come un atto semplice e naturale («E tutto avvenne così semplicemente, così naturalmente, che lo spogliarsi, il mettersi a letto, il fare all’amore fu nell’ordine delle cose, nell’ordine dell’esistere, dell’esser vivi») e poi il sesso diventa, nel rapporto fra Candido e Francesca, uno dei modi della liberazione e della felicità.

Insomma, credo che a Sciascia non sfuggisse l’importanza del sesso come vettore narrativo (cosa conduce alla morte in A ciascuno il suo il professor Laurana se non l’idea di poter intrecciare una relazione erotica con la sensuale vedova Roscio?), ma aveva una tastiera tematica piuttosto ampia, e credo condividesse la frase manzoniana che hai ricordato. La sottintende, mi pare, in un breve intervento apparso sull’«Europeo» nel novembre 1979, in occasione dell’uscita di Innamoramento e amore di Alberoni: «Non ho letto nulla di quel che sull’amore è venuto fuori in questi ultimi anni: non so se rispondendo al fatto che di amore ce n’è poco o che ce n’è molto. Forse poco, se mi viene immediata l’analogia con la moltiplicazione e il successo dei libri sul giardinaggio. Ce ne sono tanti, e a quanto pare molto letti: mentre i giardini si riducono al terrazzo di casa o ai due metri quadri davanti la porta».

 

E a questo punto, su giardinaggio e scrittura, direi che possiamo chiudere; immaginando e augurandoci che se vi debbano essere rapporti tra le due cose, essi siano, quanto più possibile, casti.

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Davide P.
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