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di certezze si muore

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Ogni volta che leggo la storia evangelica del figliol prodigo, della sua partenza e del suo ritorno alla casa del padre, io penso al fratello «buono», quello che non se n’è andato mai. E mi chiedo come si sia sentito, prima durante e dopo la scomparsa di suo fratello; se gli voleva bene o se invece, più facilmente, lo detestava. Io, credo, lo avrei detestato; e forse è proprio per questo che non capisco la parabola del figliol prodigo, tra l’altro; così come troppe altre parabole, a dire il vero.

 

Allo stesso modo (e con la stessa attrazione per i personaggi secondari di cui in nessun modo sono riuscito a liberarmi nel corso degli anni) ho sempre cercato con fatica e perplessità di capire qualcosa della figura di Ponzio Pilato, il «gran rifiuto», la viltà ma anche l’umanità di un gesto che forse non voleva essere come quello che poi ci hanno nei secoli raccontato.

 

Per cui segnalo con piacere che proprio a Pilato, colui che tra le altre cose se ne lavò ampiamente le mani, come a noi capita sempre, è dedicato un saggio storico che viene descritto come interessante e nuovo, da più di una recensione. Se ne dice così, addirittura sull’Osservatore romano, per esempio:

 

Non è la prima volta che succede, e forse in questi ultimi anni succede perfino più spesso, che gli occhi di un laico, di uno scrittore non “esperto” di esegesi, riescano a vedere nella narrazione evangelica e nei suoi personaggi aspetti nuovi e ipotesi interpretative sfuggite a chi li studia professionalmente. E riescano, soprattutto, a farli rivivere con una forza viva, vera e particolarmente coinvolgente. Questo è senza dubbio l’effetto immediato dell’ultimo libro che Aldo Schiavone, uno fra i più grandi studiosi di diritto romano, ha dedicato a Ponzio Pilato.

È un testo audace e spiazzante, non solo per la sapienza con cui ha saputo fondere la sua profonda conoscenza storica e giuridica del periodo con la materia incandescente che tratta, non solo per la scrittura veramente appassionante, che coinvolge in una suspense il lettore anche quando sa già benissimo come andrà a finire.

 

Ma tutto questo, però, ve lo confesso, non era per consigliarvi il libro di Schiavone, che pure deve essere davvero interessante, e che leggerò senza dubbio. No, il consiglio era un altro. Molto più breve, bruciante nella sua intensità, a mio parere splendido proprio nella sua folgorante e sconcertante semplicità. È un racconto di Anatole France, pubblicato nel 1902 e tradotto nel 1980, mi pare, da Leonardo Sciascia. Ne posseggo un’edizione malridotta (e mi pare sia stata un regalo di qualcuno, che ora ho dimenticato: si dimenticano le mani, quindi, e restano le parole) in cui c’è una nota dello stesso Sciascia, che lo definisce così:

 

Un apologo e un’apologia dello scetticismo: forse particolarmente salutare in un momento in cui muoiono le certezze al tempo stesso che di certezze si muore.

 

Era questo il consiglio.

Davide Profumo
Davide Profumo
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6 Comments

  1. .mau. ha detto:

    mi hai fatto venire in mente il mio professore di religione al liceo che diceva che se Giuda si fosse impiccato alla Croce si sarebbe salvato… perché Giuda, come Pilato e come Maria, sono tutti teologicamente necessari per la salvezza dell’umanità.

  2. m.fisk ha detto:

    La parabola del figlio prodigo parla della misericordia del padre, che è figura (mi scuserà se scrivo “figura”, ma ci siamo intesi) della misericordia del Padre.
    Quanto a Ponzio Pilato, ha fatto nient’altro che il suo dovere: il dovere di un governatore romano in terra di sommosse.

  3. Stefania S. ha detto:

    Il figliol prodigo e Pilato sono due dei più classici stereotipi utilizzati dai grandi comunicatori per spiegare la realtà, semplificandola. E fin qui va bene. L’errore è il tentativo perfido di volere che negli stereotipi ci si identifichi.

  4. .mau. ha detto:

    Ah: il figliolo buono era ovviamente incazzato, ma in genere ci si dimentica di sottolineare come il padre gli abbia detto alla fine “facciamo festa perché è tornato tuo fratello, ma è chiaro che tutto quello che io ho finirà a te e non farò di nuovo le divisioni”. Spero che Davide si senta un po’ rincuorato sulla giustizia 🙂

  5. Davide Profumo ha detto:

    L’unico appunto che ho sul figlio “buono” è che secondo me è anch’egli un vero protagonista della parabola, a suo modo. Perché è colui a cui pare di non aver bisogno della misericordia del padre e che, appunto, si sente forte anche senza perdono. Tante volte ci siamo sentiti così, io credo, un po’ tutti (oppure solo io, non so…); e allora penso a lui e ne provo una certa compassione (in senso latino). E mi chiedo come si sarà sentito il giorno di quella festa… (non come il vitello grasso, lo so; lui è quello che ci ha rimesso di più 😉 )

    • .mau. ha detto:

      Beh, sì, quello è indubbio. Ma è meglio vedere le cose dal punto di vista positivo. È un po’ come avere due studenti, uno sempre bravo e preparato e l’altro che per un quadrimestre e mezzo ha fatto scena muta e poi di colpo ha deciso di studiare e cercare di capire cosa aveva perso durante l’anno. Alla fine tu sei più contento per il secondo, ma a lui dai sei e al primo nove in pagella. Se poi il primo studente si seccherà perché hanno promosso anche il secondo… saranno problemi suoi, magari lo capirà all’università.

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