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dentro una finzione

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Può darsi che ancora non siate stanchi di riflettere sul fatto che domenica scorsa, in Italia, c’è stata una chiamata al voto democratico che ha dato esiti in qualche misura sorprendenti (tanto che non abbiamo ancora, alcuni di noi, finito di sorprenderci). Nel caso, insomma, vi sentiate ancora desiderosi di una riflessione che non sia soltanto propagandistica o emotiva (troppe, davvero, ne abbiamo lette o ascoltate in questi giorni che rispondevano solo a esigenze di vendetta o di minaccia: di queste io sono stanchissimo, spero anche voi), in tale caso quindi vi propongo un bell’articolo scritto da Raffaele Alberto Ventura, da lui stesso altrove definito un po’ nostalgico, ma senz’altro efficace nel disegnare il ritratto di ciò che stiamo diventando, da un punto di vista politico e sociale.

 

Ve lo propongo e, nello specifico, vi chiedo di partire da questo pungente paragrafo, che ne costituisce, a mio parere, senz’altro una pietra angolare:

 

La post-politica si nutre di “post-verità”, per citare un termine di moda. L’impressione è che tanto le ragioni del Sì quanto quelle del No fossero scollegate dal proverbiale “merito della riforma”: da una parte si proponeva una poco probabile modernizzazione del paese, dall’altra una specie di colpo di Stato. Ma in fondo non è sempre stato così? La complessità del reale, figuriamoci quella della politica e dell’economia, entra sempre con molta fatica nelle maglie del linguaggio: siamo nella post-verità da quando è nata la società, perché l’animale politico è anche animale mentitore. Sono sempre stati i miti politici a muovere le masse.

 

Se non vi bastasse poi, vi consiglio di tornare a qualche giorno fa e di rileggere, sempre dalla penna virtuale di Ventura, il pezzo sul declino del «politicamente corretto», che di nuovo ci aiuta in un tentativo non banale di decifrazione dei tempi presenti che abitiamo.

 

Ma se invece foste un po’ stanchi e voleste immaginare luoghi e storie diverse da quelle che popolano la rete in questi ultimi giorni, vabbè, d’accordo, posso anche tornare sui miei passi e proporvi il dovuto libro e il dovuto posto del mondo. Il libro è un thriller, si intitola La metà del diavolo e lo trovate ben descritto qui. Il posto del mondo è una città dell’India in cui non sono mai stato; la trovate acutamente descritta su «Nazione indiana» da Chiara Cerri; vi piacerà, se amate l’inquieto; vi si dice anche così, per esempio:

 

A Varanasi è stata la luce dell’alba ad accogliermi, così come l’odore di lurido, gli edifici degradati, le enormi vacche che camminavano placide per strada, i colori sgargianti dei meravigliosi sari, gli indiani che camminano scalzi e quelli accasciati a terra. Varanasi la città il cui suolo è tappezzato dagli schizzi rossi del paan, sputi che sono come stampe grafiche su una strada lorda. Ti perdi nei suoi vicoli, e poi ti ritrovi inconsapevolmente di fronte ad un ghat, perché davvero è il caso di dirlo: tutte le strade portano al Gange. È lì che si va a morire, pregare, purificarsi, lavarsi i denti, piangere, buttare i corpi morti.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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