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Dentro i libri

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Secondo me è venuta a mancare, e di questo ho una conoscenza di prima mano, una fascia di lettori che è quella dei giovani, di buona cultura, con due soldi in tasca, che potrebbe comprarsi i libri, che studia. Quando io ero piccola, c’erano quelli che facevano musica e suonavano, c’erano gli appassionati di cinema, c’erano quelli che volevano fare i cabarettisti, che ne so, ma c’era anche un sacco di gente che leggeva. Parlare di libri era parte della conversazione di tutte queste persone. Gente che parlava di metal e punk, o se preferiva dei chitarristi fusion o dei Nirvana, parlava anche di libri. Ci si prestava libri a vicenda, si andava in libreria. E non eravamo figli di professori o di scrittori. Ma il concetto molto normale del dirsi, «che facciamo, usciamo, andiamo in libreria a guardare qualcosa» era sempre presente. Secondo me oggi, a parità di condizioni economiche e intellettuali, uno fra i 18 e i 25 non legge.

In libreria non ci vedo mai ragazzi sotto i 25 anni. Ma anche se mi capita di parlare con gente di 27-29 anni, gente intelligente, che ama magari il cinema, e va alle mostre, beh, non li sento mai parlare di romanzi. Anche i romanzi che vanno. Non sento la presenza dei romanzi nella loro vita. Certo, va bene la narrativa per ragazzi, o i libri young adult, ma la fascia di quei lettori lì secondo me sta sparendo. Li abbiamo proprio persi. Quando ho iniziato a lavorare a minimum fax, avevo 25 anni, e facevo libri per i miei coetanei, e mi sembra di aver continuato a farli per i miei coetanei, ma quelli più piccoli li abbiamo persi.

Cambiata la società, la tecnologia, la struttura delle cose, per forza di cose alcune forme letterarie si evolvono e muoiono. Per dire: non si scrivono più i sonetti, non si scrive più la lirica petrarchesca, a un certo punto è nato il “romanzo post-moderno”. E a un certo punto tramonterà e chissà cosa nascerà. Mi sembra molto sterile questa lamentazione, e un po’ conservatrice, su questa grandezza aprioristica della letteratura con la L maiuscola. E non penso che questo voglia dire che gli umani abbiano perso la capacità di esprimere loro stessi in maniera lirica, e libera.

Il bello della cultura letteraria è la trasmissione di idee e immagini e storie complesse. Mi sembra però che oggi forse si stia perdendo l’attitudine alla complessità, al ragionamento che va oltre l’immediato, lo slogan, la foto, la cosa divertente. Penso che forse il rischio sia che sparisca un certo modo di vedere il mondo. Se sono a rischio di estinzione i libri, forse lo sono anche, diciamo, quella complessità narrativa, quella complessità immaginifica ed espressiva, che sono state per tanti anni dentro i libri.

 

Un’interessante intervista sui libri, lo stato dell’editoria e la letteratura (con molte altre osservazioni oltre a queste appena riportate) a Martina Testa, traduttrice e (fino a poco tempo fa) direttore editoriale di minimum fax.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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