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Democrito di Abdera (nato nel 460 – 360 a.C. circa)

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Ebbe una vita molto lunga, che raggiunse forse il secolo, durante la quale si dedicò allo studio in un modo interdiscipli­nare e quasi enciclopedico.

Democrito fu un osservatore dei fenomeni naturali, un indagatore degli eventi biologici e fisici che separò completamente da ogni problematica di tipo socia­le. Visse in un periodo di profonda crisi e ripensamento politi­co, in un’Atene dissanguata ed impoverita dalla trentennale guerra del Peloponneso contro Sparta e i suoi alleati. Il ceto ari­stocratico e conservatore aveva ripreso il sopravvento, appog­giato dagli Spartani e la capacità dell’uomo di trasformare il teatro sociale e naturale sembrava destinata alla sconfitta.

Anassagora, nel suo ottimismo di fondo, aveva immaginato un universo governato da un’entità superiore, un’intelligenza ordinatrice. Nulla di questo fu presente nelle idee di Democrito. La sua visione del mondo era di tipo meccanicisti­co e razionale. Origine e fondamento di ogni cosa era la mate­ria, dominata solo dai due meccanismi complementari del caso e della necessità.

Il caso, per gli antichi Greci, risultava un’espressione del potere massimo sulle cose. Costituiva un ele­mento di angoscia e di terrore profondi. Nell’universo mitolo­gico dovette essere immaginata una divinità che gli facesse da contraltare, la quale prese il nome di necessità (Ananche). La necessità aveva un potere superiore a quello degli dei, serviva a contrastare il caso, a circoscrivere il suo effetto di disordine, ansia ed insicurezza sulla vita degli uomini. L’Ananche era un fattore di controllo dell’angoscia esistenziale, che permetteva di dare un senso alla vita del singolo individuo, facendo entrare la preca­rietà di cui ogni persona aveva esperienza in un più ampio sche­ma di cose.

Nella tragedia greca il caso divenne addirittura connesso al concetto di colpa, di peccato e di deviazione da un retto com­portamento. Questa colpa richiedeva una punizione ed un ristabilimento dell’ordine, che rassicurava l’individuo sul pro­prio ruolo.

Ne costituiva un esempio la vicenda di Oreste, cioè dell’Oresteia di Eschilo, in cui assolveva il compito terribile di vendicare l’uccisione del padre Agamennone da parte della madre Clitemnestra e dell’amante di lei Egisto.

Il mondo di Democrito nasceva come frutto dell’aggregazione casuale di atomi, che percorrevano traiettorie inconoscibili fino al loro scontro casuale. L’insieme di innumerevoli urti atomici genera­va la realtà come la percepiamo. Anche la visione era frutto del­l’interazione degli organi di senso con gli atomi. Ne derivava una concezione estremamente soggettiva della conoscenza, limitata dall’individualità e dalla irripetibilità di ogni atto di apprendimento, perché gli atomi interagivano ogni istante e in modo diverso con le persone.

Si trattò di una visione estrema­mente pessimistica del mondo, con l’abbandono del tentativo di dare una sistematicità e una riproducibilità alle conoscenze apprese, proprio nel momento in cui Democrito affermava di aver trovato un elemento unificante della realtà come l’atomo.

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