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debiti e debitori

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Immagino che a non moltissimi interesserà il ragionamento sulla scuola (e sul fare scuola, sugli studenti che abbiamo a scuola in questi anni) che sto per fare oggi. Me ne scuso in limine, ma ogni tanto è forse anche bene tornare nei luoghi in cui abbiamo imparato a leggere quel po’ di libri che abbiamo letto, per capire da dove siamo partiti e come sta partendo chi li frequenta oggi. E oggi, proprio oggi, mi sono imbattuto in due articoli che offrono molti spunti su cosa sia la scuola di questi anni e su come sia una relazione complicata quella tra chi va a scuola per insegnare e chi ci va per imparare.

 

Il primo articolo lo ha scritto Franco Lorenzoni: è ricco, ricchissimo, talmente ricco che mi pare davvero impossibile essere d’accordo con tutto quello che vi si dice. Però ci sono molti spunti, tante idee, una serie di importanti considerazioni su cui chi come me lavora a scuola, deve necessariamente riflettere, tutti i giorni. E, per esempio, io mi sono segnato questo passaggio, che mi pare fondamentale, perché insiste sui concetti di «presente», di «relazione» e di «corporeità», che sono al centro del nostro imparare; ma anche perché sa che ci deve comunque essere un distacco, una «opacità» salutare, tra la scuola e il presente, tra la relazione che sta dentro i muri e il mondo che sta fuori da quei muri:

 

Nella scuola credo debba essere dato molto spazio al presente e al corpo concreto tutto intero, che intreccia sensazioni, emozioni, memorie e pensieri. Solo la pienezza del presente ci permette di costruire un rapporto vivo con il passato. Da una parte, dunque, dobbiamo dare valore e dignità a ciò che viviamo e scopriamo qui e ora, dall’altra trovare forme, modi, tecniche e strumenti perché il passato anche più remoto torni vivo tra noi. Il presente dilatato è il tempo in cui tu sei lì tutto intero, attento alla tua posizione nello spazio, alle relazioni reciproche, al tono della voce o del silenzio tuo e degli altri… Ma per intraprendere questo viaggio, la scuola deve credere in se stessa e in qualche modo sapersi separare dal presente e dalla società. Io sono per una scuola dell’opacità, capace di non piegarsi all’onnipresente trasparenza e all’invadenza degli umori del presente.

 

Il secondo articolo lo ha invece pubblicato sul suo blog Annamaria Testa. È molto bello e un po’ inquietante (è un’intervista, più che un articolo): dice di come il disagio psichico sia sempre più frequente nelle scuole e tra i nostri studenti adolescenti. Dice una cosa che ogni insegnante sa e ha imparato a conoscere, negli ultimi dieci anni, ma che non tutti i genitori e gli adulti che non lavorano nella scuola sanno. Perché si è genitori di un ragazzo soltanto e perché si è adulti che hanno spesso pochissimo contatto con gli adolescenti, se non li si frequenta ogni mattina. Annamaria Testa riporta le parole di uno psicoanalista, tra le quali mi sono voluto segnare queste:

 

Negli ultimi anni ho visto crescere una casistica particolare, una specie di epidemia sotterranea di cui si parla ancora poco. Ci sono ragazzi tra le medie e i primi tre anni delle superiori che la mattina non riescono più ad alzarsi per andare a scuola. È qualcosa di diverso dalla dispersione scolastica, più contraddistinta da disinteresse, ostilità e rifiuto per la scuola. Si chiama fobia scolastica, oppure fobia scolare. La fobia scolastica è qualcosa che può succedere all’improvviso, e può destabilizzare l’intera famiglia. Riguarda anche gli studenti bravi a scuola e affligge in uguale misura le ragazze e i ragazzi. Fobia scolastica significa che i ragazzi desiderano andare a scuola e ogni sera se lo ripromettono: magari fanno i compiti e preparano la cartella. Ma la mattina non ce la fanno: è più forte di loro, restano bloccati a letto o in casa. Se ne dispiacciono e si giudicano negativamente per questo. I genitori le provano tutte. E tentano anche le mosse più disperate: minacciare il figlio o blandirlo, invocare l’arrivo della polizia o degli assistenti sociali. Ma non c’è verso: contrastare la fobia scolastica è come provare a spingere un elefante…

 

Ecco, mi dispiace iniziare la domenica mattina con questa espressione, «spingere un elefante»… Ma è la sensazione che ha, sempre più spesso, chi come me lavora nella scuola, anche se continua a farlo volentieri. Ed è qualcosa che le parole di Lorenzoni e di Annamaria Testa (e dello psicoanalista che lei intervista) spiegano in parte ma non del tutto. Un disagio del «presente» che nemmeno viviamo, in quanto adulti, ma che senz’altro proiettiamo sugli studenti adolescenti che abbiamo di fronte, in tanti modi che forse nemmeno comprendiamo. Tra tutti i debiti che stiamo lasciando sulle loro spalle di futuri adulti, credo che dovremo calcolare anche questo.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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