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de te fabula narratur

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Tra le troppe cose che non amo ci sono i libri che elogiano senza riserve il latino, gli studi «classici», il liceo, la cultura di un tempo, e finanche le declinazioni e l’aoristo e il cum narrativo e il vocabolario e le sudate carte. Sono molti, questi libri; hanno un mercato florido, vendono diverse migliaia di copie, forse nessuno li legge, soltanto la quarta di copertina, forse qualche sospiro commosso sulle pagine introduttive. E sono tutti piuttosto odiosi, a mio parere. Perché non argomentano ma si fondano su un banale sentimento, la nostalgia. Che è la nostalgia della propria giovinezza (non del latino, io lo insegno pure il latino…), della propria giovanile condizione, di un passato tutto personale grazie a cui costruiscono un ritratto del presente in controluce, in cui il «classico» diventa vile pretesto per parlare bene del proprio ombelico.

Invece, lo ammetto, amo i classici. I libri, proprio. Gli autori greci e latini, amo Seneca e Ovidio, Sofocle ed Euripide, adoro Orazio, i versi di Saffo e di Alceo, ho un’autentica venerazione per Virgilio (l’Eneide, avete mai provato a leggere l’Eneide?), mi piace Tacito, e pure sant’Agostino, sinceramente, rientra tra le mie letture preferite. E non sono arrivato a Dante, Petrarca e Ariosto, che non ho proprio voglia di annoiarvi. Ma amo davvero i classici, questo volevo dire. Che non sono la nostalgia degli studi «classici», rosa rose rosarum, ma proprio i libri degli scrittori, quelli che, impressione mia, non legge più quasi nessuno, quelli che (soprattutto) non leggono mai gli autori dei libri che rimpiangono lo studio dei «classici», signoramia, che tempi.

Proprio per questo, perché amo i libri classici, mi pare bello ogni tanto provare a proporne uno, che forse potrei non essere l’unico ad amarlo. E oggi ho trovato un post che mi ha concesso l’occasione di farvi questa proposta e l’ho colta, senza esitazioni. Il post (lo trovate qui) parla di un’opera etnografica di Tacito, che noi conosciamo come Germania. La presenta in modo brillante ed efficace e, parere mio, fa venire voglia di leggerla o rileggerla, senza dubbio. A un certo punto, per esempio, dice così:

Il testo è tutto teso a rendere un ritratto evanescente, dai confini torbidi, di un popolo che poi in verità popolo non era: le popolazioni e le tribù germaniche non furono mai davvero unite dal punto di vista identitario, né si sentivano tali, e i brevi momenti di accordo (come accadde ad esempio nel V secolo) erano finalizzati alla mera sopravvivenza. Anche per questo si dice che la Germania in realtà non esisteva, ma che nacque per invenzione romana. E con uno scopo abbastanza palese: l’imprecisione della sua relazione lascia a Tacito tutto lo spazio di manovra di cui ha bisogno per creare l’abbozzo di un nemico, temibile quel tanto che basti a far convergere il favore dell’opinione pubblica verso il migliore di tutti i principi che lo sta riducendo all’ordine. E nel frattempo, perché no, far riflettere i Romani attraverso il confronto col diverso sul loro spirito e sui tempi che stanno vivendo.

Tra le poche cose che amo ci sono i classici. Forse perché non hanno mai smesso di parlarci, come diceva qualcuno. O forse perché non parlano a noi, ma di noi; e lo fanno da un angolo abbastanza lontano e remoto da renderci piccoli piccoli, inutili, leggeri dentro una storia enormemente più vasta di noi e delle nostre nostalgie. Di questo, mi pare, abbiamo piuttosto bisogno.

Davide Profumo
Davide Profumo
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