da cosa si fugge

Con grande facilità immagino che si possa essere una persona di lingua italiana mediamente colta e non avere mai letto niente di quello che ha scritto, negli ultimi quarant’anni, Gianni Celati. Lo immagino con facilità perché Celati è uno di quegli scrittori che è stato sempre un po’ marginale, sempre un po’ lontano rispetto ai consueti palcoscenici della promozione editoriale, sempre un po’ diverso da stesso e in prospettiva distorta rispetto alla messa a fuoco comune degli scrittori più letti (e promossi) nel nostro paese. Lo immagino anche perché io stesso ho incontrato la scrittura di Celati sempre in occasioni un po’ eccentriche, per caso e senza metodo né continuità, come se fosse qualcosa di cui facilmente si poteva fare a meno; e avrei potuto benissimo, per quel che mi ricordo, non incontrarla mai.

 

Mi innamorai un po’ dei suoi «narratori delle pianure» alla fine degli anni Ottanta (ma forse era già l’inizio dei Novanta, mica mi ricordo bene…); però poi me ne dimenticai anche, lo confesso, come succede con quelle cose che non ci pensi più, perché sotto gli occhi non vengono a infilartisi mai, perché sotto gli occhi se ne infilano altre, ben altre, molte e troppe altre. Poi lessi (ma non tutto di seguito, un po’ a pezzi) il suo-non-suo Orlando innamorato, da lui raccontato come se fosse una favola in prosa. Mi piacque. Lo proposi anche a scuola, mi pare di ricordare, a qualche studente. Ma nient’altro. E infine, qualche anno fa, non mi ricordo nemmeno bene perché e come, mi imbattei in Vite di pascolanti e ne fui entusiasta. Poi, come per gli altri, pensai di essermene scordato. O qualcosa del genere.

 

Ora però esce il libro che ci ricorda che Cealti è stato uno degli scrittori più importanti degli ultimi trent’anni, anche nella sua marginalità, anzi forse proprio in ragione della sua eccezionale marginalità. Lo spiega bene qui Ermanno Cavazzoni, un altro di quelli che non mi stancherei di rileggere mai, se non mi dimenticassi troppo spesso che ho intenzione di farlo e di rifarlo. Cavazzoni (di cui sono peraltro sicuro di avere già parlato anche in questo luogo virtuale un po’ isolato) scrive così:

 

Scappare dalla letteratura. Questa è la caratteristica inconfondibile di Celati. Ma come? Viene da dire; basterebbe non scrivere. Non è così semplice. Se un carcerato scappa, diventa un ricercato, che deve continuare a scappare. Così è stato per Celati, fin dall’inizio, da quando ha sentito la letteratura, quella circolante e premiata, come una prigione mentale, intollerabile; e allora col suo primo libro, Comiche, ha fatto qualcosa per scappare via.

Questa per la verità è una costante anche della sua vita, la fuga, quando le cose si mettono male, nel senso che si chiudono e lo tengono lì, allora gli viene da scappare, non ne può fare a meno, deve essere nella sua natura; per cui: fuga dall’Università («Ho dato le dimissioni», mi è venuto a dire una mattina, 1987, «Ma di cosa campi?» «Voglio guadagnarmi il pane»), fuga dall’Italia per l’America, per la Normandia, per il Senegal; fuga dagli editori, quando incominciano a trattare un autore come un cavallo di scuderia; il suo amore per le lingue viene dalla voglia di evadere dall’italiano; il tentativo di imparare l’arabo per scappare anche dalle lingue europee, e poi il cinema, per scappare dalla scrittura. Adesso che vive in Inghilterra, le sue venute in Italia hanno sempre l’aria del fughino da scuola. Quando andava a trovare Calvino a Parigi, alla ripartenza, dice Celati, Calvino dalle scale gli gridava: ma hai una carta stradale? E inorridiva che non ce l’avesse; e questa è la differenza tra Calvino e Celati, che dopo le chiacchiere gli veniva da scappar via, con l’auto verso Londra (dove studiava) ma come se fosse un’avventura. Fa altrettanto Pinocchio, libro molto ammirato da Celati, dove la fuga è l’ossatura, la malefatta e la fuga, insieme alla disubbidienza, che ne fa il prototipo della civiltà italica, l’espressione più giusta e felice.

 

Insomma, c’è questo scrittore, si chiama Gianni Celati, e forse dovremmo trovare il modo di leggere qualcosa di quello che ha scritto. L’occasione ci viene dalla pubblicazione del «Meridiano» a lui dedicato. È una bella occasione: dice che ci si può ritrovare anche fuggendo da se stessi e che ci si sta inseguendo anche quando ci sente soltanto inseguiti. Potrebbe essere un bel libro, penso. E so che contiene al suo interno alcuni piccoli racconti folgoranti.

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Davide P.
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