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credere di essere qualcosa

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La sera esce con un gruppo di persone che abitudine chiama amici. Hanno più di quarant’anni, si conoscono superficialmente, come succede tra gli adulti; in mezzo a loro c’è un maschio ventenne ignoto. Gli ultraquarantenni sono qualcosa, hanno qualcosa e lo difendono (una coppia, un figlio, dei luoghi comuni, la possibilità stessa di parlarne seriamente), il maschio giovane non è niente e dunque è libero, parla senza sfumature, come se cercasse di incidere o di tagliare, come se nulla avesse peso. Lui lo guarda fisso, lo odia intimamente. Vorrebbe essere così. Lo è stato venticinque anni fa; poi è diventato più umano, meno lucido, più indulgente, e oggi lascia che il maschio giovane si prenda il centro della scena parlando con disprezzo di un lavoro precario che lo mette vicino alle persone medie, quelle che pensano di essere qualcosa, assurdamente.

Poi la cena finisce e si apre quel momento in cui, dopo i saluti, guardando le case, le proprie scarpe o i cassonetti del vetro, si capisce che gli altri non ci riguardano o non ci interessano. Accompagna a casa una donna con cui ha un rapporto senza impegno. Lei si sta attaccando più di quanto hanno stabilito, lui si protegge fingendo di non capire. Scopano. Comincia un dialogo dove le parole significano altro, un discorso obliquo e pieno di rancore che ogni coppia conosce e che non vi descrivo; va avanti per ore mentre la mente si riempie di residui… Pensa a un’auto, a un episodio della propria adolescenza, a una parola che non c’entra niente come «esantematico» o «organolettico»; pensa alle piante e agli animali piccoli, agli insetti per esempio, a come ogni loro corpo esista in uno sciame e scompaia senza enfasi, senza credere di essere qualcosa. È orribile. È orribile ma non importa.

 

Ho riletto alcune pagine di un libro, stamattina, appena sveglio. Il libro si intitola La pura superficie (ne ho già parlato, lo so), è stato pubblicato pochi mesi fa, nel 2017, e lo ha scritto Guido Mazzoni, che mi pare il miglior interprete della contemporaneità letteraria tra quelli che oggi scrivono in Italia. Ho riletto alcune pagine di questo libro, La pura superficie, tra cui anche quella che avete appena letto all’inizio di questo post, perché ieri notte, mentre faticavo a trovare una ragione per andare a dormire, mi sono imbattuto in un bel post che parla proprio di questo libro, che lo racconta come mi pare esso meriti di essere raccontato e presentato, e ne sono stato felice (e sono anche andato a dormire, con questa larva di felicità letteraria in corpo). Il post lo ha scritto Gabriel Del Sarto, è il mio consiglio di oggi (insieme al libro di Mazzoni e ai libri precedenti di Mazzoni, se per caso vi fossero sfuggiti) e scrive, tra il resto, anche così:

 

La protagonista della storia è, senza dubbio la voce. Si tratta di una voce straniata, quasi dissociata, che, utilizzando diverse forme (versi lirici, versi lunghi e meditativi, prosa saggistica e filosofica, narrazione e cronaca) e diverse  persone grammaticali, pretende di essere seguita mentre ci mostra la base illusoria della nostra ricerca di senso. Sul piano della superficie, in una purezza astratta, Mazzoni gioca coi mondi che noi crediamo essere la vita, per smascherarne la natura, ma anche per cercare un dialogo, per quanto difficile, con chi li abita. Siamo noi, tutti noi, a compiere gli stessi gesti, a vivere le stesse mancanze, a fare quei movimenti che appartengono sempre a un tempo precedente, come il marito che allunga la mano per toccare la moglie, che però non è più con lui, o come quella donna, divenuta una mamma come tante. («Ora manda avanti il suo bambino | tra gli alberi del parco […] tra le reti e le altalene che la fanno | così simile a ciò che detestava, “una mamma come tante”»).

 

Ma è possibile, però, che anche voi, come succede spesso a me, rifuggiate dai libri di troppo recente pubblicazione. Che anche voi crediate (come spesso mi sorprendo a credere io) che ci vogliano almeno vent’anni di distacco, vent’anni di respiro e lontananza dal mercato editoriale che propone e divora, per apprezzare davvero un libro. In tal caso, vi comprendo; e c’è un altro post, che parla sempre di un libro di cui credo che potremo tutti fare tesoro, perché ci sono scrittori che non passano e che hanno scritto molto di più di ciò che viene citato a proposito delle giornate e dei ricordi. Ben più di vent’anni fa usciva La chiave a stella di Primo Levi, qui di nuovo raccontato, a cui potreste rivolgervi oggi se altri libri appena usciti destano (comprensibilmente) il vostro sospetto:

 

Nel celebrare homo faber, Levi sceglie di dare particolare rilievo alla parte del corpo determinante nei lavori manuali, la mano: infatti ne L’origine dell’uomo di Darwin – assai caro da Levi – è evidente che proprio il graduale perfezionamento di quest’organo, e in particolare del pollice opponibile, ha permesso di liberare l’uomo dalla postura quadrupede e di creare una sinergia “mano-cervello” che ha progressivamente portato allo sviluppo del cranio e delle funzioni cerebrali, «con tutte le implicazioni filosofiche, etiche, religiose che questo comporta» (P. Valabrega). Sulle mani di Faussone Levi si sofferma nel racconto Le zie: «Le avevo davanti agli occhi, le mani di Faussone: lunghe, solide e veloci, molto più espressive del suo viso. […] Mi avevano richiamato alla mente lontane letture darwiniane, sulla mano artefice che, fabbricando strumenti e curvando la materia, ha tratto dal torpore il cervello umano, e che ancora lo guida stimola e tira come fa il cane col padrone cieco».

 

Oppure, ed è comunque l’ultimo degli spunti che mi sento di offrirmi, prima di uscire di casa e vedere un po’ di sole, c’è anche un libro per ragazzi, che non ho letto ma a cui ho pensato ieri, perché forse avrei voglia di leggerlo; oppure di consigliarlo alle giovani femmine e, ancora di più, ai giovani maschi che frequento per lavoro. Parla di donne lontane, dell’antica Grecia, di donne vittime e di donne eroine. Ne ho letto qui una presentazione, ho pensato che ci sono risposte che vengono da lontano, ho pensato che ci sono errori che vengono da lontano, ho pensato che mi è ogni giorno più difficile capire (come, mi pare, a Guido Mazzoni).

Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

  1. Gabriel ha detto:

    Grazie per l’attenzione dedicata alla mia nota sul libro di Mazzoni.

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