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corrispondenza

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La cosa è talmente ovvia e banale che si fa un po’ fatica a dirla, con la semplicità che è in questi casi necessaria: la cosa è che la letteratura esiste perché esistono l’amore e la morte. E che senza la morte (anche senza l’amore, ma di quello ho già detto un poco molte altre volte, anche tre giorni fa) senza la morte non c’è poesia, non c’è mano che scriva alla ricerca di un interlocutore, senza la morte non c’è la voglia di raccontarsi la vita, padri ai figli, figli ai loro figli.

Non occorre pensare ai Sepolcri di Foscolo, insomma: la «corrispondenza» di sensi amorosi che vince il silenzio di «mille secoli», finché «il sole splenderà sulle sciagure umane», ecco tutto questo è letteratura che esiste e che supera il confine della morte, quello contro cui ci scontriamo ogni volta (e pertanto sì, vale la pena di pensare ai Sepolcri di Foscolo, in effetti; anche di rileggerlo tutto, se avete voglia – tempo, immagino, ne avete molto).

Forse per questo il web è in questi giorni pieno di letteratura, pienissimo (libri, personaggi, romanzi, fiction e non fiction, qualunque cosa, tutte bellissime). Perché il virus ci isola e ci mette in contato con la possibilità della morte, la solitudine forzata ci racconta il rischio, i canti sui balconi ci dicono che siamo tutti vivi e che tutti, ugualmente, abbiamo paura di morire, tutti pensiamo ai morti che amiamo, che abbiamo amato, alle persone che temiamo di perdere perché le amiamo. E la letteratura ci parla di questo, da sempre. «Fino a quando sarò al mondo / darò solo ai morti / e ai dolenti veri / le mie più vere confidenze», scrive Franco Arminio nel suo ultimo libro.

Ecco, sono partito da questa sensazione, oggi, perché ho letto una strana e intensa intervista a un uomo che non ha scritto libri di letteratura, ma che ne ha senz’altro letti molti. Si chiama Guidalberto Bormolini, è un monaco ed è antropologo, si occupa della nostra relazione con la morte e con i morti. Dice, nella sua intervista, cose bellissime (la trovate qui), come questa:

Nell’Occidente contemporaneo l’occultamento del pensiero sulla morte, l’evitamento della parola morte è generalizzato. Siamo impreparati come Paese e come cultura. Per questo è più facile che sia messo in ginocchio un Paese che ha il terrore della morte rispetto a uno che con la morte ha più dimestichezza. […] Qui eravamo in una bolla di benessere, un sistema fortemente consumistico, dove molti valori etici erano crollati. Anche le grandi mobilitazioni più recenti sono state sempre mosse dalla paura. Persino quella contro l’inquinamento spesso non è nutrita dall’amore per la natura, ma dalla paura per il proprio futuro. La nostra cultura tende a evitare la morte, ma la morte resta il movente di tante scelte e tanti orientamenti.

Oppure questa:

Ho sentito dire «il bene comune deve prevalere sul bene dell’individuo»… No, non mi piace: il bene comune è la forma migliore per tutelare ogni individuo. È un modo più nobile di esprimerlo. Dopo anni di individualismo, questo momento ci sta insegnando che l’unico modo di uscire da una crisi è il bene comune. […] Marcel Mauss, un grande antropologo del Novecento, diceva che si è umani quando si è donatori. La morte è l’ultimo dono che facciamo agli altri. Come moriamo rimane nella memoria di tutti. La morte ci costringe a donare tutto, volenti o nolenti. La differenza è in chi la accoglie. Ecco, il dono che ci possono fare le persone che stanno morendo ora è di farci capire l’importanza della relazione con chi sta per morire e della relazione con chi è già morto, così da restare veramente umani.

Sono parole bellissime. Sono di certo parole animate da una fede religiosa che io non posseggo. Ma è stato importante e sorprendente ritrovare altre parole, scritte in modo laico come le avrei pensate anch’io, che riescono a dire quasi la stessa cosa, anche se da una prospettiva del tutto diversa: la prospettiva di chi (come me) in questi giorni cammina per strada il meno possibile ed evita gli altri, li tiene a distanza, li considera possibili untori, nemici, ha paura del loro respiro (lo trovate qui, quest’altro passo), ha paura degli altri…

Abbiamo però i libri e la letteratura. In essi parliamo con gli altri e degli altri, in essi ascoltiamo la voce dei morti, cerchiamo il loro ascolto, in essi riviviamo ed essi rivivono nella nostra lettura, ascoltan le nostre paure, ci dicono di non averle, ci confidiamo con loro, li sentiamo vicini, loro respirano accanto a noi. Era già tutto scritto nei Sepolcri di Foscolo, insomma. Che, come dico sempre ai miei alunni, è un poemetto misterioso: sembra che parli di tombe e di morte e invece parla di luce, di futuro e di memoria, dell’amore che abbiamo per la vita. La poesia, al suo meglio, riesce a fare così.

Davide Profumo
Davide Profumo
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