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contorni provvisori

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Ho ripreso in mano ieri sera, quasi per caso, un libro di qualche anno fa di uno scrittore che amo moltissimo e che non scrive più. L’ho aperto un po’ distratto, come si fa con i libri che si sono amati, e mi sono trovato dentro a una riflessione che ricordavo bene e che mi era molto piaciuta quando l’avevo letta per la prima volta, più o meno cinque anni fa. Il libro si intitola In questa luce, lo scrittore è Daniele Del Giudice, alcune parole della pagina che ho letto sono queste:

 

… la luce ha attraversato il mito e la metafisica, la teologia e l’arte, ed è giunta fin qui, fino a noi, secolarizzata, nella nostra vita quotidiana; intrappolata nel nostro controllo e nella nostra operatività, è diventata la materia dei nostri oggetti, e oggetto del nostro lavoro. Le nostre cose, gli oggetti che usiamo, sono già oggetti di luce, sempre più fatti di luce e sempre meno di materia, o meglio fatti di quella materia primigenia che è sempre stata considerata la luce; oggetti che chiederanno, e già chiedono, una diversa percezione di noi e del mondo, un diverso portamento del corpo, un confine molto più liquido fra interno ed esterno … Di luce le nostre cose, di luce le nostre armi, di luce le nostre comunicazioni, i monitor e i computer – memoria che diventa luce – di luce i nostri lavori, di luce anche il commercio, il commercio è già un commercio di luce.

 

Eppure, è fin troppo facile dirlo, la luce chiama la tenebra, inevitabilmente; perché da quella proviene, perché di quella in qualche modo si nutre. Lo scrive Del Giudice poco più avanti, lo disse la parola creatrice all’inizio dei tempi, lo racconta la letteratura da sempre. E in questo iato, in questo distacco tra tenebra e luce, continuiamo infatti a vivere noi, a raccogliere oggetti e a descriverne i contorni provvisori, a cercare di comprendere la luce e di raccontare l’oscuro, nelle forme di selva o in quelle di cuore.

 

Per cui era giusto che, stamattina, come prima lettura, dopo le parole appena rilette di ieri sera, io mi trovassi davanti a questo bel post su Primo Levi, che l’11 aprile di trentuno anni fa si tolse una vita che lo aveva condotto fin dentro la più oscura di tutte le selve. L’articolo è molto bello, racconta uno dei più grandi scrittori del Novecento ma parla anche di luce e di buio, di chiarezza della parola e di oscurità da cui la parola nasce limpidissima e di cui reca traccia. È bello questo passaggio, per esempio, in cui risuona vibrante la voce di Levi:

 

… il consiglio leviano ai giovani scrittori è di non aver paura “di fare un torto al proprio Es imbavagliandolo, non c’è pericolo, l’inquilino del piano di sotto troverà comunque il modo di manifestarsi, perché scrivere è denudarsi: si denuda anche lo scrittore più pulito”, perché “siamo comunque condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelgänger, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine”.

 

Ma tagliente è anche quest’altra considerazione, che dice cosa sia la scrittura ma anche cosa sia il buio che la attraversa, che ci attraversa, mentre leggiamo le forme del mondo create dalla luce:

 

“Il personaggio è una tua spia, rivela una parte di te, le tue tensioni, come quegli incastri di vetro che si usano per rivelare se la crepa di un muro è destinata ad allargarsi. Un tuo modo di dire io”. Questo io-lui, “il non-esistente”, “è lì, c’è, pesa, spinge contro la tua mano: vuole e disvuole, silenzioso e testardo”. Ed è una fonte irriducibile cui attingere per approdare al lato chiaro della scrittura.

 

Sono pertanto questi, i due scrittori che mi pare giusto lasciare qui stamattina. Due voci che non possono parlare più ma che ci hanno parlato, continuano a parlarci dal buio del loro destino. Piccole luci, diciamolo pure, per la nostra strada incerta.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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