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il confine tra due mondi

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In fondo al mercato di Travnik, sotto la sorgente fresca e gorgogliante del fiume Šumeć, è sempre esistito, da che mondo è mondo, il piccolo Caffè di Lutvo. Ormai neanche gli anziani ricordano Lutvo, il suo proprietario; da almeno cento anni egli riposa in uno dei cimiteri intorno alla città. Tuttavia si va sempre a “prendere un caffè da Lutvo”, e così ancora oggi il suo nome ricorre spesso nelle conversazioni, mentre quello di tanti sultani, visir e bey è da tempo sepolto nell’oblio.

 

Mi è piaciuto moltissimo questo incipit, che ho riletto soltanto oggi e che colpevolmente non ricordavo. E quindi, visto che l’incipit si trova alla conclusione di un lungo post che riga dopo riga non smetteva di piacermi, vi consiglio l’intero post, che vi condurrà piacevolmente, ma soltanto alla fine, come nelle migliori storie ad incastro e come nei più riusciti paradossi, all’inizio del libro, che è La cronaca di Travnik.

 

Mi è piaciuto molto perché ripete, orazianamente, quello che in molti abbiamo notato, negli anni e nel tempo: e cioè che i poeti restano più dei governatori, che le parole sopravvivono più dei gesti, che i riti hanno vista assai più lunga di quella che può avere qualunque manifestazione del potere. (Ma non dell’odio.) Mi è dunque piaciuto perché dice che la letteratura sa raccontare il mondo come nient’altro lo sa fare. Né meglio né peggio, intendiamoci: ma in un suo modo unico e pertanto insostituibile.

 

E mi è infine piaciuto, questo incipit di un romanzo che non ricordavo, perché mi ha riportato alla mente Ivo Andrić, i cui romanzi ho molto amato da studente e che non voglio dimenticare, anche se ormai tendo a dimenticarmi sempre più libri e incipit, giorno dopo giorno. Il post parla di lui. Cita frasi tratte dai suoi libri, oracolari ora che sono passati conflitti, stragi e decenni e condanne nei tribunali internazionali. E a un certo punto, questo post che è il mio consiglio letterario di oggi, senza incertezza, dice così:

 

Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi, conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare fra l’uno e l’altro per tutta la vita, avere due patrie e non averne nessuna, essere di casa ovunque e rimanere estraneo a tutti, in una parola, vivere crocifisso ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo.

 

Ma forse sì, ho pensato io. Forse, pur con i dovutissimi distinguo che la storia ci pone drammaticamente davanti e quindi ci impone, anche noi siamo come Ivo Andrić, almeno un po’, almeno nella metafora del nostro stare faticosamente al mondo. Nati tutti quanti al confine tra due universi, estranei a entrambi, vittime e carnefici di noi stessi e dei nostri compagni di strada.

Davide Profumo
Davide Profumo
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