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come va a scuola?

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Poi, quasi d’improvviso, si decide che cambierà l’Esame di Stato e nessuno ci capisce più niente. Ci saranno buste numerate, ci saranno competenze trasversali, ci saranno sorprese per tutti, anche per gli studenti che nel frattempo sono a metà del quinto anno, che non capsicono bene, che chiedono agli insegnanti che non capiscono bene, ci saranno voti nuovi, pagelle nuove, domande nuove, punteggi nuovi, interrogativi vecchi.

 

E tutti d’improvviso si scoprono pieni di voglia di parlare di scuola di sapere come va a scuola («Come va a scuola?» «Eh insomma…») e di spiegare cosa dovrebbe fare la scuola («La scuola dovrebbe…»).

 

E quindi, per non scontentare troppo i miei lettori cardiologi e i loro ricordi di scuola, ma anche i ricordi degli altri, andranno bene pure quelli dei non cardiologi), ho scelto un paio di articoli,  che ci diano spunto per ulteriori, prossime e future, inutili conversazioni sulla scuola («Come va a scuola?» «Eh, come vuoi che vada…»).

 

Il primo mi serve per stare leggero, lo confesso. Ma in verità risponde a uno dei maggiori interrogativi della mia vita scolastica, nonché a una delle profonde ragioni per cui l’universo della musica mi è sempre apparso orrendamente ostile e misterioso. Lo trovate qui. Si intitola così: «Perché alle medie siamo costretti a suonare il flauto dolce», e si sottotitola così: «Storia di un declino e di un’umiliazione». Ed è una storia molto istruttiva su come la scuola (che non sono i muri della scuola, ricordiamocelo; che siamo insegnanti, studenti, dirigenti, famiglie degli studenti, forse anche famiglie degli insegnanti, tutti noi, altro che muri) possa (se fatta male) fare del male a ogni cosa, anche alla musica:

 

Tra le cose rovinate dalla scuola (e sono migliaia) c’è la musica. Anche se nelle classi italiane se ne fa poca, ma quella poca è comunque riuscita nel suo obiettivo: rendere disprezzabile e odioso uno strumento che 400 anni fa era tenuto in grande considerazione dai maggiori compositori europei. Si tratta del flauto dolce.

 

Il secondo è più serio e vi serve (dibattito presente nei commenti compreso) per capire davvero qualcosa del nuovo Esame di stato, di cui facciamo molta fatica a seguire le vicende, tutti quanti, studenti, insegnanti e famiglie di studenti e di insegnanti. E ci aggiriamo nei corridoi e ci chiediamo: «Come va a scuola?» e ci rispondiamo con un po’ di saliva deglutita, senza sapere che dire, con sguardo fisso sul prossimo spigolo dell’edificio. Qui c’è il post, qui c’è l’estratto che ho scelto:

 

La competenza si nutre di accumulo lento, rimuginio, riflessione; poi di piccole fughe in avanti, guidate, a esplorare terreni ignoti, poi di ritorno al noto; poi di molte incertezze e di molti fallimenti. La competenza non è un barone di Münchausen che si tiri fuori dalle sabbie mobili da solo agguantandosi il codino. Non è consapevole di sé, va e viene, c’è e non c’è, emerge in condizioni particolari e poi torna ad essere sommersa. È soggetta alle passioni, quindi a volte si incarta. È oscura e invisibile, mescolata al corpo e alla psiche; è intrecciata all’incompetenza. Soprattutto, la competenza si sviluppa a partire da un contesto concreto – storico, radicato, umano –, perché ha bisogno di qualcosa di solido su cui esercitarsi. Quel qualcosa di solido sono sempre state le materie scolastiche, che hanno una storia, dei paradigmi, dei contenuti, delle pratiche. Se i paradigmi, i contenuti, le pratiche in parte non funzionano più, se ad esempio ci accorgiamo che la didattica della letteratura ha bisogno di essere rinnovata, è sempre dentro quel recinto disciplinare (e in sani colloqui con gli altri recinti) che troveremo le chiavi per agire.

 

Ma c’è un altro dettaglio su cui forse potrà valere la pena di riflettere, in questi giorni di fine gennaio (poi arriveranno molte pagelle e sarà l’ora dei voti e delle polemiche per i voti troppo bassi, non ci sarà più tempo per le cose futili). Il dettaglio riguarda uno strano possibile rapporto tra i talenti televisivi e la scuola, tra maestri severi e maestri troppo permissivi, tra attimi che fuggono e anni che ci schiacciano. Il post è qui, lo ha scritto Leonardo Tondelli, a un certo punto dice così:

 

Il maestro che urla è il primo grande spettacolo italiano del 2019. Quasi un italiano su dieci ha assistito alle sfuriate del maestro Boni senza cambiare canale. Anzi dev’essersi in qualche modo affezionato, e non so se questa è una buona notizia per il mondo della scuola. In gran parte si tratta degli stessi italiani che non esiterebbero a denunciare un maestro del genere se invece che in tv sbraitasse in quel modo davanti ai propri figli, in un’aula scolastica – andiamo, persino io lo avrei mandato a quel paese a un certo punto: e faccio il suo mestiere. Che ci è successo?

 

Ma il racconto che ci spiega meglio di tutti gli altri come stia andando a scuola («Come va a scuola?» «Non lo so più, non lo so, lasciatemi stare, non l’ho forse mai saputo, lasciatemi stare…») è un racconto vecchio, di alcuni anni fa, riguarda un ragazzino morto e la sua pagella cucita nei vestiti, riguarda un futuro mai avverato, riguarda noi e il nostro mondo e il nostro modo di difenderci dai ragazzini bravi a scuola, riguarda la paura e la speranza, riguarda l’ignoranza, riguarda troppe cose a cui non so pensare senza commuovermi, senza pensare che chi se ne frega di come va la nostra scuola, chi se ne frega, chi davvero se ne strafrega, se a questo serve. Sapete di cosa sto parlando. Romano Luperini, uno che di letteratura e di scuola se ne intende, lo ha commentato così:

 

Chi, insomma, è più civile?

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Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

  1. .mau. ha detto:

    Io ero convinto che si usasse il flauto dolce perché costa poco e quindi li si può far comprare. Io l’ho sempre odiato; ai miei tempi musica in terza media era facoltativa e non l’ho fatta. (Tanto sapevo già suonicchiare il piano(

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