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come ti senti?

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All’inizio telefonavo e chiedevo «Come stai?». Poi, già solo dopo qualche settimana, ho cominciato a chiedere «Come ti senti?». Ed è stato, secondo me, una specie di passaggio, una svolta che dal semplice corpo (la malattia semplice, la sopravvivenza, l’esserci nudo e crudo) si spostava verso il sentire se stessi, sentire il proprio corpo, saperlo a quel punto chiuso dentro quattro mura, poche stanze, una casa. Era la malattia ma erano anche la quarantena, l’isolamento, la distanza, la solitudine; ed era, almeno per me, come se la quarantena fosse divenuta essa stessa (per noi fortunati, che nel corpo stavamo bene) una specie di malattia: da osservare, da tenere a bada, possibilmente anche da curare un po’.

Ecco allora che abbiamo anche cominciato a cercare di raccontarcela, questa strana malattia che prendeva noi altri che non eravamo ammalati (ma temevamo di esserlo, pensavamo che forse lo saremmo stati, aspettavamo di non esserlo con sicurezza); e il racconto della “cosa” è diventato un piccolo genere letterario, quasi scaramantico, il tentativo di dare il nome alla “cosa”, che è poi, l’ho letto ad altro proposito ma l’ho pur sempre letto in questi giorni, l’essenza stessa del fare letterario.

Mi sono piaciute molto, quindi, le parole con cui pochi giorni fa Tino Bino (con cui ho avuto alcune tra le conversazioni letterarie più belle dei miei ultimi dieci anni, lo confesso), ha voluto connettere l’essere ammalati con la nostra stessa identità, con il sapere chi siamo, in una riflessione sintetica e lucidissima (la trovate qui), che è anche spunto per molte altre importanti letture letterarie. E che inizia così:

La malattia è una cartina di tornasole della nostra identità. Contribuisce allo svelamento di noi, ma soprattutto della nostra vita. A turno ci interpella tutti. Perché la malattia, banale o crudele, capita a tutti di incontrarla. E dunque è una componente ineludibile della nostra formazione umana, di ciò che siamo, una esperienza – riferimento della nostra biografia. Ci fa scoprire solitudini e rapporti interpersonali, rassegnazione e reazione, sopportazione e fiducia, diffidenza e consapevolezza. Da punto di vista umano la nostra vita si svolge senza che l’intelligenza si renda conto fino in fondo di ciò che essa è. A volte ci illudiamo di capirla, ma essa corre con un ritmo troppo diverso dalle nostre previsioni e dalle nostre consapevolezze. La nostra vita è un tempo sfasato […] Vi è una costante reazione di fronte alla malattia, alla sofferenza. Ne sentiamo l’ingiustizia. Una prova cui non è giusto sottometterci. Per paradosso, consideriamo la sofferenza legittima se comminata ad un colpevole, se misurata sulla colpa. Ma quando distribuita con totale casualità, in maniera così caotica e imprevedibile, come accade con le malattie, anche e soprattutto quelle più drammatiche, dai tumori all’Alzheimer, allora ci assale all’improvviso il senso della nostra impotenza, ci ritroviamo impreparati, come di fronte all’inesplicabile.  Nella malattia la nostra esistenza va in scacco. Perché, in quelle condizioni, ogni ragione va in scacco.

Ma non solo. C’è un altro post che mi è piaciuto leggere in questi giorni e che ha risposto alla mia domanda: «Come ti senti?». Lo ha scritto Giuseppe Zucco ed è una specie di cronaca letteraria dei giorni tutti uguali, della quarantena come nuova gigantesca abitudine, come tempo diverso, tutto da riorganizzare, come se il nostro corpo scoprisse un habitat nuovo, a cui riadattarsi con veloce e imprevista fatica; è un elenco di azioni all’infinito, quasi fuori dal tempo, come è fuori da ogni tempo questa quarantena, è un bel post (lo trovate qui), in cui possiamo riconoscere molte delle nostre stesse ansie e paure. E vi si legge così:

Guardare gli alberi dalle finestre, e osservare le foglioline spiccare al sole e accendersi sui rami come tante fiammelle, e sentire che in qualche modo tutta questa vita mi chiama, mi sollecita, mi corrisponde, ricordandomi così quei versi dell’Iliade letti qualche giorno prima, «Quale delle foglie, tale è la stirpe degli uomini. / Le foglie il vento le sparge al suolo ma altre / ne fa germogliare la selva in fiore al ritorno della primavera. / Così le stirpi degli umani: nasce una, un’altra muore.» Questo riprendere contatti con amici che non sentivo da una vita. Questo riprendere i contatti nel momento in cui bisogna evitare i contatti. Questi contatti senza contatto. Provare immensa gioia e immenso terrore all’idea di dover uscire da casa, come se il virus aspettasse proprio me come un’innamorata per strada – tanto che, se la gioia immensa mi fa lavare e vestire immediatamente, l’immenso terrore mi fa perdere il portafogli, non mi fa ricordare dove ho lasciato il telefono, procrastinando infinitamente il momento di uscita.

E infine, per chiudere, un’intervista a uno scrittore di quelli bravi, che sanno spesso osservare e distinguere qualcosa di più di quello che, dalle nostre piccole finestre di casa, o dai nostri oblò, riusciamo a vedere noi. È l’intervista che Antonio Pascale ha concesso a Nicola Mirenzi, è molto interessante, è quasi illuminante in alcuni spunti, ve la consiglio assolutamente tutta (la trovate qui). E a un certo punto dice così:

È un trauma. Uso proprio questa parola: trauma. Non sappiamo cosa succederà. Come ci riprenderemo. Quante persone perderanno il lavoro e scivoleranno nella povertà. Quanta forza avremo per far partire progetti nuovi. E quanti soldi per realizzarli. L’incertezza ci atterrisce. Ci immobilizza. Ci spaventa […] È una prigionia di massa, una condizione anti umana. Non ci trovo proprio niente da ridere. Non trovo divertenti le battute su noi che stiamo sul divano e crediamo di essere in trincea. Abbiamo sperimentato una condizione di privazione molto forte. Sì, abbiamo cantato l’inno nazionale sul balcone. Ma quanto dura una canzone? Poi, la natura umana scalpita. Vuole andare fuori. Prendere un caffè. Vuole sentire cosa dicono gli altri. Vuole abbracciarli. Mentre la logica della prevenzione dice: “Che diavolo ti passa per la testa? Stai alla larga!”. Finché queste privazioni dureranno, creeranno problemi. Possiamo far finta che non sia così. Appunto, adottare la modalità della fuga. Ma il trauma rimarrà lì, in agguato.

E poi va avanti, e parla di «cultura», di come ci sarà e ci sia necessaria la cultura per non cedere alla tentazione di cercare un «nemico», per rifiutare l’idea di purezza che una malattia come questa rischia di portare con sé, come ultimo lascito spaventoso di se stessa… Insomma, anche Pascale ci dice «come ci sentiamo». E sempre intorno a questo concetto naviga il nostro scrivere e parlare di letteratura e capire la scrittura e cercare le parole con cui fare un po’ di letteratura. A capire, semplicemente (ma non c’è niente di semplice), come ci sentiamo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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