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come se fosse un caso

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Mi succede (lo dico spesso e sempre coltivo la minima, taciuta speranza che qualcuno pensi, mentre legge silenzioso: anche a me, succede anche a me…) mi succede che in certi periodi della mia vita un nome, magari quello di un personaggio dantesco, o di un romanziere russo, o di un tragediografo greco, lo stesso identico ritorni più volte in quello che leggo, nelle conversazioni che mi capita di fare, nei libri che mi attraversano la vita. Mi succede come se fosse un caso. Ma quando mi succede ripetutamente, io comincio a coltivare la speranza e la presunzione che non sia un caso.

Ecco che quindi, in queste settimane, ho dovuto cominciare prima a sospettare e poi a credere che l’ostinato ritornare del nome di Giorgio Caproni in tutto quello che leggo fosse un segno (questa parola, segno, è montaliana: Ecco il segno, Giusto era il segno…la troverete più avanti in un minimo brano di Vittorio Sereni; è da questa parola, segno, che sono partito oggi): e stamattina ne sono quasi certo, non è un caso.

Tutto è iniziato dal libro che indaga i rapporti tra l’Enea virgiliano e Caproni che non sono nemmeno ancora riuscito a comprare (non l’ho trovato da nessuna parte). Ma ho la sensazione che possa essere un libro bellissimo, sensazione che è stata corroborata dalle ultime parole che ne ho letto al proposito, quelle di Davide Brullo (le trovate qui) queste per esempio, che lo raccontano benissimo:

L’Enea di Caproni è carnale, vivo, privo di ‘moto d’animo’, è qui, ci stringe. Ora, si dirà, senza tradizione sulle spalle e speranza al fianco, siamo, di Enea, soltanto l’allucinazione, la demenza. Non c’è altra indagine, forse, che indugiare sul frammento di un mito, specchiarsi lì, riconoscere che siamo nati tra le mura del labirinto, nella svolta di un tradimento, in un viaggio mediterraneo tra Troia e l’avvenire, esentati da moltiplicare il futuro, scampati al mattatoio di Gerico, all’egida dei Giudici, al massacro dei primogeniti ordito dagli Achei, dagli dèi, sempre, per impetrare buona caccia, buona morte.

Ma questo bel libro per me introvabile sarebbe stato forse un segno troppo flebile se non mi avesse spinto a riprendere in mano il libro delle poesie di Caproni per rileggerne alcune, quando mi capita, la sera. E sarebbe poco anche questo se un giorno, l’altroieri, Antonio Prete non avesse dedicato la sua rubrica Un verso (quella in cui commenta un solo verso poetico alla volta: la più bella dell’intero web letterario, se volete la mia opinione) proprio a un incipit di Giorgio Caproni, bellissimo, aperto, pieno di luce e di aria serena (lo trovate qui). E non fosse infine riuscito a concludere splendidamente così:

La lingua non cancella la ferita, la vita è vita ferita, ma alcune presenze ci accompagnano, ci appartengono, vivono con noi in un loro “altro” respiro: il dono riposto da qualche parte e tuttavia esistente in noi, il tempo che, pur incenerito, agostinianamente si fa presenza nella parola-ricordo,  e crea così uno stato di nostalgia senza nostos, senza ritorno, e tuttavia nostalgia. Esile, fragile, presenza, ma presenza, che la poesia accoglie nel suono della sua musica.

Ma anche questo avrebbe potuto essere derubricato a semplice episodio fortunato, una combinazione, non ancora un destino. Finché non è apparso un post che parla di un altro libro (che ancora non sapevo esistesse, che adesso non vedo l’ora di leggere) in cui di nuovo le parole di Giorgio Caproni aprono il mondo (il nostro mondo) in tutta la sua incertezza e bellezza. È il carteggio tra Caproni e Sereni, il libro di cui si parla: ce lo spiega Edoardo Rialti su «L’indiscreto» e intanto ci fa capire quanto uno scambio epistolare tra due straordinari poeti degli ultimi decenni possa essere anche per noi, adesso, un tesoro da riscoprire e ritrovare, sotto le macerie del nostro chiacchiericcio. E poi ci riporta le parole (le trovate qui) che a un certo punto Vittorio sereni scrisse a proposito della poesia dell’amico Giorgio, queste:

Carissimo Giorgio, letto e riletto sùbito le tue nuove poesie. Deliziandomene e disperandomene. Non capisco come non si possa, non si debba averne gioia ed esserne feriti quasi insieme. Penso al mondo in cui cadono, ai discorsi tra i quali cadono – e con cui non hanno niente da spartire. Questo mi piace: che tu sia imperterrito davanti a tutto (ai discorsi e al resto), a tutto fuorché alla vita. Sarà empirismo il mio; ma questo è il segno: ogni volta che un poeta mio coetaneo mi ha dato qualcosa di simile (e sono pochi i casi, lo sai) magari sono stato umiliato, mi sono sentito umiliato – ma poi ne ho avuto forza e incoraggiamento. È, splendidamente, il tuo caso. E se ho un rimprovero da farmi è di essere meno imperterrito di te.

Questo era il segno, quindi. Lo credo quasi fermamente. Ci riuscirò ancora per qualche minuto. Ma mentre fuori infuria la peste, mentre fuori il sole è abbagliante, mentre fuori non piove da due mesi, qui dentro basta un verso di un poeta a farmi pensare che ci sia un disegno, un senso, una trama. Si chiama poesia e non è mai davvero un caso, vien da dire.

Davide Profumo
Davide Profumo
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