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come polvere negli angoli

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Raccontare i luoghi è complicato, spesso quasi impossibile. Perché i luoghi hanno dimensioni ogni istante diverse, mobili e informi, in cui le parole scivolano e poi si perdono, come se fossero polvere negli angoli, perché (sembra a me) le parole diventano esse stesse, nel breve tempo, i luoghi che volevano fermamente raccontare e ne vengono assorbite e allora, ogni volta, c’è bisogno di altre parole che le sostituiscano e che non basteranno e finisce che siamo sempre nello stesso punto, con lo stesso sguardo interrogativo, a cercare di raccontarci gli stessi luoghi che nel frattempo mutano e ci sfuggono, perché mutiamo noi, perché le nostre parole non ci appartengono più, perché cerchiamo forse nei luoghi ciò che dovremmo magari cercare altrove, non lo so più, non chiedetelo a me, sarebbe inutile.

 

(Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi.)*

 

È anche per questo, qualcuno di voi già lo sapeva, che non riesco mai a trattenermi quando trovo parole che mi danno l’impressione di saper raccontare qualcosa dei luoghi che attraverso o che attraverserò, speriamo, un giorno vicino. Ma oggi, addirittura, mi sono un po’ lasciato abbagliare dalle parole che Roberto Cotroneo ha voluto scrivere a proposito dello spazio che abitiamo e di come cerchiamo instancabilmente di abitarlo, anche quando è diverso dallo spazio che abitavano, per esempio, i nostri genitori e i nostri nonni. Il brano è intenso e degno di qualche riflessione; forse esagera, come spesso accade quando si ha un’intuizione, ma vale la pena di rifletterci, se non avete altri luoghi in cui passeggiare. E comincia così:

 

Per qualche anno ho vissuto a Milano. All’ultimo piano dell’edificio abitavano due anziani e distinti professori. I loro appartamenti erano sullo stesso pianerottolo. Erano tempi in cui internet non esisteva ed esistevano ancora i computer. Sorta di macchine che ti permettevano al massimo di scrivere e compilare un database. La mattina accadeva spesso di trovarsi davanti all’ingresso del condominio dove c’erano le caselle della posta: erano di vetro, con i nomi ordinati su targhette in ottone. I due anziani insegnanti vivevano un’autentica competizione. Quello meno anziano dei due aveva sempre una cassetta della posta piena di lettere, l’altro poco o niente. Per cui c’era sempre una battuta invidiosa da parte di chi non riceveva molta posta, che era sempre più o meno questa: «eh certo che lei tutta quella posta… cosa ci sarà mai, tutta reclame immagino». Mentre l’altro esibiva orgoglioso le vecchie buste azzurrine  leggere e sottili, della posta aerea, con francobolli esotici mai visti.

 

Ma lo spaesarsi non ha solo i contorni del web, sarebbe troppo facile (e troppo comodo da raccontare: mentre lo spazio, si sa, non si fa raccontare se non scomodamente e in modo provvisorio, anche quello virtuale…); essere spaesati è anche una condizione dell’esistenza, è anche il passeggiare senza meta, il perdersi in strade che si conoscono fin troppo bene, e ritrovarsi in vecchi versi francesi di cui non si era mai troppo bene compreso il significato, e che di quello smarrirsi (un po’ dantesco) invece raccontavano la sintomatologia, come se fosse un male curabile, un disturbo dell’orientamento, una patologia:

 

I sintomi si facevano ogni giorno più chiari. Ricordo un giorno di febbraio di qualche anno fa. Camminavo lungo il boulevard Bonne Nouvelle, vagavo per la città senza una meta. Osservavo i grandiosi palazzi e le vetrine che si susseguono lungo la via. Batteva una pioggerellina fredda che mi tormentava il volto, mentre un sole figurava a tratti, pallido, dietro a un velo di nubi. Ero febbricitante, alla deriva. Avevo lasciato da pochi giorni il lavoro e, ignaro di cosa stessi cercando, percorrevo l’arco dei boulevard della rive droite: da République alla Madeleine, dalla Madeleine a République. Perché mi fossi ridotto in quello stato, questo non lo saprei dire. Forse qualcun altro avrebbe cercato una spiegazione. Ma io mi lasciavo felicemente cullare, con cinico compiacimento, dall’abbaglio di questa nuova vita senza progetti.

Che io avessi una ragazza, una famiglia, un lavoro, che frequentassi o meno degli amici aveva poca importanza in quel momento. Tutto il mondo che mi circondava, la mia vita e il mio futuro sembravano inghiottiti nella stessa melma. Stavo ormai sviluppando un’insofferenza per Parigi, senza pertanto riuscire a sfuggire dal turbine che proprio questa città aveva creato attorno a me.

 

Ma i luoghi non sono mai altro che le parole che li raccontano, come non siamo altro noi, che abitiamo quei luoghi e quei non-luoghi. Ed è per questo che ci sono libri che sono una benedizione, perché raccontano i luoghi della nostra contemporaneità, di cui non possiamo fare a meno, perché siamo noi stessi. E benedetti quei libri , dunque, e anche le recensioni che li presentano e che possiamo citare, per dire che i luoghi vanno raccontati, anche se ogni volta è un fallimento, uno smarrimento, uno spaesamento; e che la letteratura non può in fondo fare altro che questo, provare, riprovare, provare, sapendo che ogni volta le parole non basteranno, saranno inutili o comunque insufficienti, si depositeranno come polvere negli angoli, toccherà un giorno inutilmente spazzarle via, ne arriveranno altre, inutili anche loro, come i luoghi, come noi.

 

Il libro di questa domenica parla di Calais, di un muro tra noi e gli altri, ed è presentato qui, con le parole calde che erano necessarie:

 

A Calais di Carrère è una piccola gemma. Nasce come reportage per XXI, trimestrale francese e giustamente viene distribuito in versione libro. In Italia è portato sugli scaffali da Adelphi. È la storia della sua permanenza al’Hotel  un tempo frequentato principalmente da ricchi inglesi in vacanza, adesso adesso bivacco di transito di giornalisti, documentaristi ma anche sciacalli in cerca di tragedie. La cosa potente del testo è che Carrère riesce a parlare di noi parlando dei migranti. Vengono a galla i pregiudizi, le paure, l’ignoranza (ancora) degli abitanti della cittadina verso gli abitanti della Giungla, la struttura dal nome poco invitante che ospita 7000 migranti. 5000 in più di quelli che può contenere.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

  1. umberto ha detto:

    […] anche se mi sforzo, mi viene solo in mente quella storia dei fiumi, se proprio voglio trovare qualcosa che mi faccia digerire tutta questa faccenda, finisco per pensare ai fiumi, e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava ‘sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metta tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare dritto allo scopo, devi ammettere che c’è qualcosa di assurdo, ed è esattamente quello che pensarono anche loro, c’è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si son messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c’è da non crederci, è che qualsiasi fiume, proprio qualsiasi fiume, prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse dritto, sbalorditivo se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, e non questo fiume o quello, ma tutti i fiumi, come se fosse una cosa obbligatoria, una specie di regola uguale per tutti, che è una cosa da non credere, veramente, pazzesca, ma è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto, tanto che tutti, e dico tutti, alla fine, navigano per una strada tre volte più lunga del necessario, anzi per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro, il famoso pi greco, non ci volevo credere, in effetti, ma pare che sia proprio così, devi prendere la loro distanza dal mare, moltiplicarla per pi greco e hai la lunghezza della strada che effettivamente fanno, il che, ho pensato, è una gran figata, perché, ho pensato, c’è una regola per loro vuoi che non ci sia per noi, voglio dire, il meno che ti puoi aspettare è che anche per noi sia più o meno lo stesso, e che tutto questo sbandare da una parte e dall’altra, come se fossimo matti, o peggio smarriti, in realtà è il nostro modo di andare diritti, modo scientificamente esatto, e per così dire già preordinato, benché indubbiamente simile a una sequenza disordinata di errori, o ripensamenti, ma solo in apparenza perché in realtà è semplicemente il nostro modo di andare dove dobbiamo andare, il modo che è specificatamente nostro, la nostra natura, per così dire, cosa volevo dire?, quella storia dei fiumi, si, è una storia che se ci pensi è rassicurante, tanto che ho deciso di crederci […]
    Da “City” di Alessandro Baricco, editore Rizzoli

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