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cieli pianure e angoli di stanze

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Ho letto alcuni post molto belli stamattina, li ho messi tra i segnalibri, ho esitato a lungo su quali scegliere, poi ho scelto, con qualche rimpianto per quelli che ho dovuto escludere, come accade spesso. Ho scelto quindi uno strano post sulla città di Roma, che mette quasi paura (a me), mentre in qualche modo racconta il cielo della città invece che le sue strade, e lascia un senso di inquietudine di cui non è facile liberarsi, così come spiegarne l’origine, nemmeno a lettura conclusa. Lo ha scritto Liborio Conca, l’articolo sul cielo sopra Roma, e comincia così:

 

Da principio ci furono gli avvoltoi di Romolo e Remo, nel mezzo gli angeli di Santa Romana Chiesa, ora sono gabbiani, cornacchie e pappagalli a contendersi il dominio dei cieli da Prati a San Giovanni. Dalla finestra vedo passare di sfuggita variopinti gruppi di parrocchetti dal collare (Psittacula krameri, la specie di pappagalli che qui si è più diffusa), sento sghignazzare i gabbiani nelle notti insonni – non hanno orari, si direbbe – e poi a fine autunno gli spettacolari stormi che si spostano in cerca di un clima più caldo, disegnando figure sempre nuove sull’Eur, o replicando con un certo gusto per la simmetria e maggiore eleganza, lo sciame di persone che s’affrettano sul piazzale della stazione Termini.

 

E più avanti, a toglierci il dubbio che i volatili possano anche essere oggetto di un’ammirazione un po’ ingenua, come se fossero angeli, Liborio Conca prosegue:

 

Stormi nel mattino con la luce del sole. Non è il cielo vuoto e quieto di Austerlitz, piuttosto una sinfonia Jupiter. Qualche anno fa un aereo è stato costretto a un atterraggio d’emergenza sulla pista di Ciampino. «Quando siamo scesi dallo scivolo abbiamo visto il sangue sulle ali», dissero i passeggeri, «il sangue sulle ali». […] La poesia e il sangue, ma anche la merda: il guano che ricopre specialmente il Lungotevere, perché gli stormi (gli stormi di storni, sturnus vulgaris), stazionano sui platani che fiancheggiano il fiume, e l’asfalto e le macchine vengono bombardate. A fine autunno/inizio inverno l’impasto di foglie cadute e guano e acqua piovana crea una superficie maleodorante e scivolosa, lo scorso gennaio hanno dovuto chiudere l’intera strada per una giornata.

 

Ma l’Italia è grande, soprattutto l’Italia è molto lunga per chi ultimamente la guarda da questo piccolo angolo del Sud, lontano da quasi tutto, come accade a me. E i luoghi che si possono raccontare sono quindi molti e molto diversi tra loro. Ed ecco allora che anche la provincia padana, quella attraversata dalla via Emilia, assume i contorni di un luogo allegorico (esistono solo luoghi allegorici, lo penso fermamente, l’ho già detto, lo ripeto), raccontato tante volte dal cinema e ogni volta sorpreso in gesti e atteggiamenti differenti, eppure fin troppo caratteristici. Come si spiega benissimo qui:

 

Venire dalla provincia è qualcosa che solo i provinciali possono condividere e che difficilmente si può rendere comprensibile ai “cittadini”. Genera insieme un senso di appartenenza e di colpa, è qualcosa che si custodisce e si nasconde, e a cui si cerca in qualche modo di porre rimedio. L’incomprensione si genera anche tra provincia del nord e quella del sud. Chi è cresciuto al sud è come se custodisse un segreto diverso dal mio: così come loro non possono capire la mia nebbia, io stento a capire la ferocia del sole che scrosta l’intonaco delle case. Esiste una filmografia, dedicata ed esplicita, che, nel corso degli anni, ha cercato di raccontare la provincia con forme e risultati alterni. I temi raccontati in questi film possono essere sintetizzati in almeno tre movimenti comuni: il legame con il denaro e con il lavoro; l’assoggettamento delle relazioni umane nei confronti dell’apparenza e, infine, il più importante, la voglia di scappare.

 

Ma se il tempo che avete è più di quello che prevedevate (i prodigi accadono), in questa domenica mattina di sorprendente e accecante e definitiva estate, ecco, c’è un lungo articolo che io credo potrete leggere e apprezzare stamattina. Lo ha scritto Claudio Giunta e parla del Venezuela; racconta di petrolio, di povertà e di cattiva politica, di delinquenza, di mare trasparente e di tante altre cose che fanno di quella terra un altro luogo allegorico (lo so, a Giunta non piace questa definizione: la scrivo anche un po’ apposta, infatti…) che è un bene non dimenticare. Si tratta di articolo impegnativo ma splendido, vi avverto prima; e provo a invogliarvi alla pausa più lunga e alla lettura con queste righe, da cui non è difficile farsi catturare:

 

Le cose in Venezuela non vanno bene. Uno lo sa già prima di arrivarci. I familiari e gli amici sono in apprensione. «Venezuela? Davvero?», si preoccupano. Basta leggere quello che scrivono i giornali più informati sul Sudamerica, come El País o il New Yorker, o anche solo le guide turistiche aggiornate con i dati relativi ad aggressioni, rapine, rapimenti, omicidi, dati che dicono che il Venezuela è uno degli stati più pericolosi e violenti del mondo, peggio di certi stati senza legge dell’Africa centrale, al livello degli stati in guerra permanente come l’Afghanistan o l’Iraq: circa 10 mila omicidi nel 2017 secondo i dati del governo, più di 30 mila secondo l’opposizione (in Italia sono stati meno di 400), e un’industria dei sequestri tanto fiorente da sfuggire alla registrazione. Fiorente e fantasiosa. Si viene rapiti, caricati su un’auto, portati a un bancomat, costretti a prelevare sotto minaccia di una pistola, ricaricati in macchina e, se si è fortunati, lasciati a bordo strada spaventati ma vivi. Oppure si viene rapiti, i rapiti chiamano i familiari, i familiari raccolgono i soldi per il riscatto, il riscatto viene portato in un luogo sicuro che è spesso il carcere di cui sono ospiti, molto comodamente, i capiclan. Il rapito viene liberato nel giro di un paio di giorni, dipende dalla prontezza dei familiari, e a nessuno passa per la testa l’idea di chiamare la polizia, anche perché succede che i rapitori siano poliziotti, o loro complici.

 

E infine, come (quasi) di consueto, una poesia. Che non parla di luoghi geografici ma di angoli di luoghi, di stanze in cui ci fermiamo, che sono luoghi, e quindi parla anche di luoghi, ma di luoghi più sottili, delle paure che noi abbiamo in quei luoghi, che insomma parla di noi dentro i luoghi, come fanno tutti i post sui luoghi, secondo me, ed è per questo che i luoghi, alla fine, sono tutti allegorici. Li ha scritti Mario Benedetti, questi versi, a me sono piaciuti molto, spero anche a voi. E buon mese di giugno, naturalmente.

 

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

  1. L.C. ha detto:

    grazie per la lettura e le belle parole.

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