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chissà cosa

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Non ricordo nulla, lo ammetto, della polemica che accolse la pubblicazione di taccuini inediti di Cesare Pavese, nell’estate del 1990. Ero giovane (avessi studiato da giovane…), volatile, mi distraevo per nulla, inseguivo chissà cosa. Ma mi turba e mi piace leggerne in questi giorni, avere la sensazione di avere sentito da sempre anche in Pavese (poeta e letterato così diverso dagli altri, in tutti i sensi) la stessa distrazione che era del me da giovane (e che io ho colpevolmente negato e perduto, quasi subito), la stessa volatile insicurezza, la stessa tendenza a inseguire chissà cosa.

Leggo di questi taccuini grazie a un breve ma importante articolo di Matteo Marchesini (lo trovate qui). Che comincia così:

L’8 agosto del 1990 uscirono sulla Stampa i pochi appunti che riempivano un taccuino inedito di Cesare Pavese. Si trattava di pagine stese tra il 1942 e il ’43, in piena guerra, e sollevarono un piccolo scandalo. Pavese non era mai stato un vero intellettuale engagé. Il suo disgusto per la dittatura dipendeva soprattutto da ragioni “di stile”. Al confino era finito per puntiglio amoroso, e non aveva partecipato alla lotta partigiana. Il suo libro più bello, “La casa in collina”, racconta proprio questa incapacità di agire. Ma nel Dopoguerra la sua figura einaudiana era divenuta comunque un simbolo della Torino antifascista e comunista. Si capisce perciò lo sconcerto di tanti, quando lessero che secondo lui le stragi naziste si potevano paragonare a quelle della Rivoluzione francese, e che il fascismo aveva dato finalmente una “disciplina” agli italiani, il cui difetto stava nel non saper “essere atroci”.

Ma insomma, bastava leggere, mi pare, «La casa in collina» per comprendere che il ritratto di Pavese non poteva affatto coincidere con quel profilo limpido che nel frattempo le antologie letterarie (un po’ ipocrite, un po’ accondiscendenti) venivano tracciando e consegnando ai banchi di scuola. Sarebbero bastati pochi versi di Lavorare stanca (“L’ubriaco si lascia alle spalle le case stupite. / Mica tutti alla luce del sole si azzardano / a passare ubriachi…”) o poche pagine del Mestiere di vivere per non accettare quel ritratto comodo comodo, quella statuina di presepe usata come bandierina di parte. O anche queste parole di Pavese stesso:

“Sempre letterato. Piovono tuttora le bombe e tu pensi già a farne un racconto.”

Anche la letteratura come vizio assurdo, quindi. E se avrete la voglia di leggere tutto l’articolo di Marchesini ci troverete pure tutto il resto, quello che avanza, quello che occupa più spazio, che costruisce i ritratti dei poeti morti e li infila ben confezionati nelle antologie, pronti all’uso, impacchettati per la prossima ricorrenza, il prossimo test di cultura generale, il prossimo caso letterario, la prossima polemica estiva. E ci troverete anche gli altri letterati, Italo Calvino, Fernanda Pivano, con altre priorità, con altre (io credo) inquietudini. Sempre che nel frattempo non vi siate invece colpevolmente distratti, a inseguire chissà cosa.

Davide Profumo
Davide Profumo
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