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che cosa ricordiamo

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Potrei dire così, semplicemente: che ho scelto tre grandi nomi della (mia) letteratura, oggi: uno della cui memoria faremo carnevalesco mercato, nel 2021 (ma già lo stiamo facendo nel 2020…), e va bene così, va bene lo stesso; un altro, della cui memoria dovremmo invece saperci giovare di più, e meglio, e con meno superficialità; e infine un terzo la cui memoria è quasi spenta, senza un vero motivo, o forse secondo motivi che sarebbe giusto, a pochi decenni di distanza, provare noi stessi ad indagare.

Ma la verità è che la memoria di tutti questi tre grandi scrittori (uno è il più grande di tutti, secondo il mio ovvio parere) parla di noi, non parla di loro. E parlando di noi ci dice anche che siamo quello che ricordiamo e come lo ricordiamo, non molto di più; e ci dice che indagare le ragioni di una memoria piuttosto che di un’altra significa sempre indagare noi stessi, le nostre scelte implicite, i nostri silenzi, lo sguardo con cui ci cerchiamo dentro le altrui parole.

Abbiamo quindi già dimenticato i libri di Francesco Biamonti, per esempio; e dimenticandolo abbiamo detto a noi stessi quello che vogliamo da un romanzo, da una scrittura. Lo abbiamo dimenticato perché non ci viene incontro, perché è scomodo. Lo scrive (lo ripete) Davide Brullo in un breve articolo (che trovate qui) e mi pare di poter condividere facilmente le sue parole:

La scrittura di Francesco Biamonti è proprio così: redatta nel fuoco. Si consuma, consumandoti. I suoi libri, cioè, sono scritti per sparire, per spianare l’attenzione, per passare di orecchio in orecchio, in sonorità terrosa, tersa. Riguardano, in effetti, l’esattezza dei luoghi che racconta Biamonti: la Liguria di colle, dove le ombre sono pietrificate e sfuggenti, e il mare, laggiù, fibbia blu, serratura che manda ad altri mondi, è una visione impari, una condanna, lama di speranza e di ghigliottina. Gli ulivi, poi, sono l’etimo della rassegnazione di anime straziate, i nostri desideri contorti, nel legno… Che Biamonti sia per pochi – scrittore da cercare con le torce, da intuire sollevando le pietre, per stanare gli occhi – è la sua gloria.

Ma sarebbe meglio che non dimenticassimo un altro grande scrittore del nostro passato, come Cesare Beccaria, per esempio. Lo spiega bene (lo trovate qui) Stela Xhunga, mentre racconta della tentazione della «pena di morte» che si fa strada tra le scelte degli italiani, anche giovani e giovanissimi:

Quando nel 1764 fece pubblicare Dei delitti e delle pene Cesare Beccaria era un giovane marchese di 26 anni imbevuto dell’umanitarismo e della filosofia di Montesquieu, enciclopedisti, Hume, Bentham, Locke, ma soprattutto Rousseau. Alle volte l’età è proprio un dato anagrafico che non significa nulla. Il trattato di Beccaria, messo all’Indice tra i libri proibiti dalla Chiesa nel 1766, è una delle cose di cui gli italiani dovrebbero andare più fieri, più della pizza e del mare, per intenderci. L’abolizione della pena di morte, l’ispirazione egualitaria secondo cui alla radice del crimine c’è la disuguaglianza economica e sociale, la laicità che disciplina il diritto di punire, se tutto ciò oggi è possibile – sia pure talvolta faticosamente – in Italia e in Europa è grazie anche al libro di un italiano. Non è un’esagerazione.

Ricorderemo continuamente Dante, invece; alla fine forse non ne potremo più dei suoi versi, della sua «attualità», della sua «italianità», di un sacco di altre cose che potrei mettere tra virgolette e che staranno nei sottotitoli di decine di libri pubblicati nel 2021; alla fine forse tireremo un sospiro di sollievo, l’anno dantesco che sta arrivando sarà passato (io mi sto preparando…) e meglio così. Ma oggi, intanto, ho letto una bella intervista (questa) a uno studioso bravo, Nicolò Mineo, e ho trovato quasi prodigiosa la sintesi che egli riesce a fare del poema di Dante (quello che nessuno, invece, rileggerà). Poche righe, due righe, in cui convivono il poema che Dante scrisse e il modo che noi abbiamo trovato per raccontarcelo, per raccontarci di noi attraverso quelle vecchissime terzine, per parlarci della nostra selva ascoltando il viaggio che è partito dalla sua selva. Sono queste le righe:

Un percorso di salvezza sul piano religioso, leggibile in generale come fatto culturale e psicologico, la coscienza di una condizione di crisi e di depressione e la progressiva, ma lenta e difficile, liberazione verso la padronanza di sé e il riconoscimento di una propria autenticità in rapporto alla storia e al mondo.

A volte, anche negli anni che si annunciano peggiori, qualcuno riesce a scrivere cose bellissime, ci tocca ammetterlo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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