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che cosa apparirà?

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A volte mi succede, spero che succeda anche a voi, perché mi pare che sia una cosa bella, questa che mi succede, un segno che dice che non siamo soli, che c’è una specie di trama, oppure, meglio ancora, non una trama ma un disegno sotteso, come quando da bambino rubavo la settimana enigmistica di mia madre e cercavo la pagina con quel riquadro, quella che diceva «Che cosa apparirà?» e io ansiosamente univo i puntini e alla fine appariva una signora gentile con l’ombrello, oppure un vecchio a spasso con il cane, o un vaso di fiori, a volte mi succede questa cosa, ed è bello quando mi succede, mi succede che i pensieri e le parole che leggo si colleghino da sole: a volte mi pare che stiamo tutti dicendo cose simili, la stessa cosa, che stiamo tutti insieme disegnando il contorno del mondo, che cosa apparirà?, ed è confortante, tiro un sospiro di sollievo, mi sento la parte di un tutto, mi sento.

Oggi ho per esempio letto il racconto di come Andrea Pomella, che è scrittore tra i più bravi dell’Italia di oggi, stia imparando il tedesco (lo trovate qui) e ho letto queste parole che ha scritto e mi sono ricordato di averle dette io, mi pare quasi identiche, o forse me lo immagino, chissà quali parole in effetti ho detto, ma credo esattamente queste, proprio ieri mattina, in una delle classi di studenti in cui lavoro, e le parole sono queste:

L’uomo senza lo studio è un tentativo di vivere, una prova matematica senza sforzo né logica, è come un solutore che sceglie dei numeri a caso, li assume come possibili ed esegue una verifica, fino a trovare una soluzione che soddisfi pressappoco le condizioni del problema che gli erano poste in partenza. Questa è una vita per approssimazione. L’apprendimento invece consente all’uomo una vita di precisione.

E poi mi è venuto in mente che di Andrea Pomella è stato a casa di miei amici, di recente, e ha notato subito le bellissime ortensie che ci sono nel loro giardino, e mi è venuto spontaneo pensare che, del suo bellissimo romanzo L’uomo che trema, le pagine che mi sono piaciute di più sono state quelle sulle sue piante e il suo giardino. Perché il giardino è metafora di qualcosa che sento mio, forse del cercare di dominare amorevolmente la natura, non con la forza ma con la cura e la sollecitudine, e allora è stato bello imbattersi per caso in un personaggio davvero singolare, il «giardiniere di Italo Calvino», cui è stato dedicato un libro che davvero non riesco a pensare che non leggerò subito, il prima possibile. E nel post che parla di quest’uomo quasi incredibile (e bellissimo, un personaggio di un romanzo che non è mai stato scritto…) ho letto queste parole, un po’ sue un po’ di chi ne ha curato l’«anarchico» ritratto (lo trovate qui):

“Le emozioni più belle te la dà un campo fiorito in montagna, oppure te le può dare un piccolo giardino, che ti sei fatto da te, o potrebbe anche dartele un semplice vaso di basilico sul tavolo” Le sue pratiche di vita e di resistenza hanno trovato concreta attuazione nel suo giardino, dove ci sono oltre 400 varietà di piante provenienti da tutto il mondo: un’autentica giungla. Piante all’apparenza disordinate e intrecciate, ma pronte ad offrire in ogni stagione coloratissimi fiori e dolcissimi frutti, insieme ad erbe dai gusti e sapori incredibili “perché la natura si governa da sola e non ha bisogno dell’uomo”. Le piante del suo giardino erano in continuo movimento: “questa mi è scappata di qua, quella è arrivata da poco, quella è salita lassù”…

E mentre riflettevo sull’amicizia tra questo giardiniere che dice queste cose (all’apparenza disordinate e intrecciate…) e Italo Calvino, la cui letteratura è così attenta agli incroci e ai contorni delle cose, così nitida, mi è venuto in mente che ho letto un altro post in questi giorni, l’ho cercato con un po’ di ansia, l’ho trovato con sollievo (anche voi lo trovate qui), dice così:

Sono storie capaci di penetrare nella vita di chiunque, a prescindere dalle dall’età e dal sesso. Molte sono semplici, compiute e potenti come delle parabole, altre sono strane, enigmatiche, e forse proprio per questo risultano ancora più intense, allarmanti. Se chiamiamo certi libri “romanzi di formazione”, potremmo dire che la trilogia di Cusk è un lungo “romanzo di dispersione”. Una dispersione che invece di disgregare il sé lo amplifica e lo aumenta, e risponde suggerendo una via che si discosta dalla costruzione di un’identità specifica, ma indica invece la possibilità di immergersi – quasi con sollievo, come in un bagno caldo – tra le storie degli altri, riconoscersi persona tra le altre persone.

Sto leggendo Resoconto di Rachel Cusk, in queste settimane. Non so nemmeno se mi sta piacendo così tanto, lo confesso. Ma questa cosa delle storie degli altri che si incrociano e si accavallano è bellissima, ricorda un giardino, ricorda il giardino dell’Eden, ricorda le lingue diverse che babelicamente parliamo e che vogliamo imparare e con cui cerchiamo tutti, babelicamente, di dire la stessa cosa, ma con parole e accenti diversi, ricorda quelle linee che univo da bambino, quando rubavo a mia madre (o forse era di mio padre?) la settimana enigmistica, e restavo con il cuore in gola fino all’ultimo e mi chiedevo, pieno di ansia, mentre disegnavo linee un po’ tremanti, che cosa apparirà?

Davide Profumo
Davide Profumo
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