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Carnap Rudolf (1891­-1970)

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Il lavoro di Carnap si rifece alla grande tradizione matema­tica e logica tedesca.

Dopo l’avvento al potere di Hitler Carnap si trasferì negli Stati Uniti, come tanti altri intellettuali e scien­ziati europei. Insegnò presso l’Università di Chicago, l’Institute for Advanced Study di Princeton e presso l’Università della California di Los Angeles. Le sue ricerche filosofiche sviluppa­rono il tema ambizioso della scienza come costruzione logica del mondo. La scienza era unica, affermò Carnap e doveva esse­re tale anche se esistevano diversi campi d’indagine con diversi oggetti di ricerca.

La conoscenza scientifica era composta da strutture primarie, dette proposizioni elementari, che rappresen­tavano gli elementi originari del mondo naturale. Tali proposi­zioni esprimevano un contenuto basato sull’esperienza vissuta ed una forma data dalle relazioni tra le esperienze stesse.

L’analisi del linguaggio scientifico doveva ricondurre le pro­posizioni elementari verso concetti scientifici verificabili attra­verso i fatti e le loro relazioni. Tutte le proposizioni metafisiche dovevano essere rigettate in quanto inverificabili. Definizioni ad impronta metafisica, come quella di sostanza, non consenti­vano una comprensione scientifica del mondo fisico e definizio­ni come quella di anima non approfondivano la comprensione del mondo psichico.

La metafisica somigliava all’arte, mostrava cioè un modo non scientifico di relazionarsi con le cose. Era composta da pseudo­proposizioni, articolate in ragionamenti scorretti. Chi credeva nella metafisica era come un musicista senza talento musicale, che parlava a riguardo della essenza delle cose evitando di confrontarsi con l’esperienza, disprezzan­do il procedimento induttivo e la logica della ricerca scientifica.

Lo snodo logico della ricerca di Carnap era incentrato su come lo scienziato si costruisse un’immagine logica del mondo che stava indagando. Il punto di partenza erano i dati forniti dall’esperienza e il punto di arrivo, la concezione scientifica del mondo, un vero e proprio manifesto programmatico del movimento legato al Circolo di Vienna. Per chi aderiva a questo pro­gramma di ricerca non vi erano enigmi insolubili.

I dati del­l’esperienza, per essere utilizzati scientificamente, dovevano essere tradotti in una formulazione linguistica che descrivesse correttamente il loro contenuto e le relazioni fornite dalla ricer­ca. La correttezza degli enunciati era provata da un’analisi del linguaggio condotta per via formale, cioè attraverso l’analisi dei 49 termini, delle frasi adottate e delle relazioni tra di loro esisten­ti.

Il linguaggio scientifico finiva dunque per essere costituito da un insieme di relazioni condotte attraverso una precisa sintassi logica, cioè secondo delle leggi attente alla formazione delle proposizioni, nella loro trasformazione e nel loro passaggio da una parte del discorso ad un’altra. Il modo formale con cui si discorreva stava a significare per Carnap solo una convenzione rispetto alla realtà materiale che bisognava cercare di rappresen­tare. Il valore e l’attendibilità di un linguaggio erano dati dalla loro correttezza interna di carattere formale. Una volta che la filosofia fosse stata purificata dagli elementi non scientifici, non sarebbe rimasta altro che la logica della scienza.

In una fase successiva del suo pensiero, Carnap focalizzò l’interesse per il linguaggio dal piano formale della sintassi logi­ca a quello dei significati espressi dalle proposizioni, cioè alla rappresentazione delle esperienze e delle loro relazioni. Si era reso conto di come, ragionando in via unicamente ipotetica, si potesse descrivere ed utilizzare un linguaggio formale ed inec­cepibile da un punto di vista dei contenuti, ma privo di conclu­sioni attendibili. Si trattava delle antinomie, una situazione di conflitto logico in cui si venivano a trovare due affermazioni contrarie tra loro, che potevano essere giustificate autonoma­mente da argomenti di uguale valore.

Carnap studiò la struttu­ra intensiva ed estensiva del linguaggio, ragionando sul signifi­cato più o meno universale di certi simboli, che potevano indi­care delle categorie in modo sintetico attraverso semplici ideo­grammi. Si trattava di una modalità di comunicazione che si verifica nelle stazioni o negli aeroporti, attraverso i cartelli di segnalazione per il pubblico posti ad indicare una direzione od un servizio offerto, come girare a sinistra o a destra in modo obbligato, indicare la toilette per uomini o donne, lo spingere o tirare una porta e via elencando. In questi casi era come se le parole si ribellassero all’idea di essere utilizzate per indicare dei concetti. Come se una qualche forma di linguaggio rappresen­tativo, in modo intuitivo e generale, fosse iscritta nelle capacità percettive della mente umana.

Un linguaggio ancestrale, forse come quello che si parlava prima della mitica Torre di Babele.

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