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Leggo che forse tante (troppe) delle nostre convinzioni, dei nostri pensieri, addirittura dei nostri convincimenti morali dipendono semplicemente dallo stato dei nostri corpi. Leggo, insomma, che siamo prima di tutto corpi. E leggo, sempre nello stesso articolo, che:

 

[…] è stato sconcertante leggere di uno studio secondo il quale le convinzioni delle persone su questo tema cambiano quando sono stanche, eccitate sessualmente o hanno bisogno di urinare. In queste tre condizioni, dicono gli psicologi Roy Baumeister e Michael Ent, siamo propensi a non credere nel libero arbitrio. In un certo senso, questo è comprensibile. Provare un disperato bisogno fisico – di sonno, di sesso o di fare pipì – ci ricorda che siamo schiavi del nostro corpo, e questo ci fa sentire meno liberi (sembra che a proposito della libido maschile, Kingsley Amis abbia detto, parafrasando Platone, che è “come essere incatenati a un idiota”).

 

E quindi (anche se mentre leggo dubito assai, ve lo confesso) mi consola sapere che la medicina (che è proprio la vostra professione, lo so… per una volta si parla anche di voi) ha deciso di mettere finalmente (finalmente?) al centro del suo agire davvero (davvero?) il paziente. In quanto persona, insomma, in quanto uomo. Lo leggo qui, a proposito di un convegno che celebrerà due importanti ricorrenze:

 

Per insegnare a chi studia medicina — tra le altre cose — che il dottore di domani sarà bravo non solo se sarà capace di scoprirmi addosso un tumore, ma anche se saprà spiegarlo ai miei e a me nel modo migliore, se mi aiuterà a capire le cure che dovrò affrontare, insomma s e mi coinvolgerà nelle terapie che mi prescriverà. Il tutto sancito da un Patto vero. Un Patto per il Paziente, così lo chiameranno. Con l’aiuto in un prossimo futuro (anche) di app specifiche per tablet e smartphone. E magari di un «Tripadvisor del medico» esteso pure in Italia, sul modello dell’ormai mitico Heal thgrades. com americano, che consenta al paziente di lasciare scritto a beneficio altrui il suo commento sul medico che l’ha curato. Il tutto, insomma, affinché il dottore la smetta di trattare il «paziente» solo come colui che sopporta «con pazienza ». Le cure funzioneranno di più, le persone guariranno di più. Che poi è la «missione» del medico: o no?

 

Sono argomenti delicati e importanti, lo so. Ne abbiamo anche parlato insieme (io e voi medici, intendo), è capitato ormai più di una volta, e non ha molto senso scherzarci sopra. E più di una volta (me lo ricordo perfettamente) è sulla dimensione dell’«ascoltare» che io, parlandone con voi, ho insistito, prima che su tutto il resto. Anche per questo concludo volentieri con una innocente vignetta, che trovate qui. E spero che comprensivi ne sorridiate.

25/11/2014

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Davide Profumo
Davide Profumo

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