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avere tempo, aspettare tempo

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Come pensate all’inerzia, alla pigrizia, all’inazione, all’indolenza, all’immobilità di chi costantemente rimanda ciò che invece sarebbe giusto fare e concludere al più presto? Ecco, non c’è bisogno che rispondiate (se non tra voi stessi, nel vostro silenzio, che assomiglia al mio più di quanto ognuno di noi vorrebbe credere…). Non c’è bisogno che rispondiate perché sappiamo tutti che ci pensate in termini negativi, si tratta ovviamente di difetti, di mancanze, di limiti, si tratta di atteggiamenti da correggere o (al minimo) da negare.

Per questo, perché mi piace negare le mie stesse reazioni più ovvie e normali per spingermi a guardarle (cioè a guardarmi) un po’ da di fuori, mi è molto piaciuta la storia che oggi ho letto sul blog di Guido Vitiello, che ha come protagonista un avvocato difensore d’ufficio durante i tempi della rivoluzione, del Terrore e della ghigliottina (ne abbiamo attraversati tanti, di tempi simili, noi della vecchia Europa, in questi secoli), il quale avvocato si chiamava Christophe Lavaux e faceva dell’inerzia e dell’arte dilatoria e della perdita di tempo il suo stesso credo, dettato dai tempi, perché a volte i tempi dettano necessariamente l’indolenza, se si trova il coraggio di stare ad ascoltarli. E l’avvocato si racconta così:

Se ho potuto qualche volta far prosciogliere in istruttoria dei detenuti, ho ottenuto ben altri successi mercé un buon espediente. Pregavo, forzavo Fouquier-Tinville [il grande inquisitore del Terrore] ad accordarmi dei rinvii di alcune cause sotto pretesto di essere in attesa di documenti giustificativi, di certificati di autorità costituite, di comitati rivoluzionari o di società popolari. Speravo sempre che questo regime atroce finisse per stanchezza o in seguito a un colpo di stato. Il mio sistema, o piuttosto i miei voluti ritardi, urtavano la maggior parte dei miei clienti. Scrivevano all’accusatore pubblico, mi accusavano di negligenza, sollecitavano una pronta decisione!…

La storia prosegue e prosegue, dopo la fine della storia, anche il post di Vitiello, che merita una lettura integrale (lo trovate qui); e, se vi piacciono le analogia, potete anche pensare, come ho fatto io, al mondo della scuola per come è stato negli ultimi vent’anni… E forse anche voi risponderete alla domanda sull’inerzia e l’inazione in modo leggermente meno ovvio di quanto abbiate fatto poche righe fa

Ma se questo vi paresse poco, per una domenica un po’ sfibrata come sono generalmente sfibrate le domeniche di settembre, posso consigliarvi un post del tutto dissimile ma che, a partire da un molto interessante articolo del «Guardian» di qualche settimana fa, vi tratterrà un po’ sulla linea di confine del letterario con il politico (che è confine assai labile e pericoloso, si sa). Ci trovate un elenco (gli elenchi, vale la pena di ricordarlo, sono il frutto più dolce dell’inerzia e della pigrizia) dei dieci libri politici più belli di sempre (secondo l’autore). Potete decidere come me che ne manca senz’altro qualcuno (Paolo Volponi e Ottiero Ottieri, per esempio, sono stati scrittori davvero “politici”, per come li penso io) e potete poi decidere, tra i dieci elencati, quello che vi piace di più. Io non ho avuto mai nessun dubbio: Sciascia, senz’altro, Canetti senz’altro, Pasolini senz’altro, ma il primo dell’elenco (figlio anche lui della rivoluzione e del Terrore) resta sempre, per me, il primo di tutti.

Davide Profumo
Davide Profumo
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