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avere lingua

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Nel meraviglioso mondo dell’industria culturale italiana c’è gente che non percepisce stipendio da agosto, gente che non percepisce stipendio da maggio, gente che quest’anno deve pagare un anticipo di tasse che è maggiore del reddito che ha percepito, gente che lavora a partita iva e che non le entra un lavoro da marzo e sono tre anni che è convinta di chiudere la partita iva ma non ha i soldi per farlo né per pagare gli arretrati all’amico commercialista, gente che lavora con il pubblico per istituzioni che sono commissariate, in fallimento, in crisi nera, gente che si versa da sola i contributi per diventare pubblicista, gente che continua a pagare l’ordine dei giornalisti e non scrive pezzi pagati da due anni e mezzo…

 

Gira da ieri, sulla rete (su quella che io frequento, insomma), questo pezzo di Christian Raimo che racconta di un mondo (quello dell’industria culturale, cui appartiene anche l’editoria) che conosco bene, sia perché ci ho vissuto dentro per tanto tempo (ormai solo qualche stanca deviazione, per fortuna) sia perché vivo con una persona che invece ci sta proprio dentro tutto il giorno per tutti i giorni della settimana (24/7, mi pare che si dica), aperta la necessaria partita iva; e anche oggi, che è giorno di vacanza e giubileo, sta silenziosamente lavorando nell’altra stanza, traducendo non so cosa in non so quale lingua, per non so quale inutile libro (e poi, a proposito di traduzioni, ho trovato molto gustoso e piacevole quest’altro pezzo qui, scritto da un’italiana – Chiara Impellizzeri – che parla della Francia e del francese e cita un proverbio siciliano che a me disse, l’anno scorso, un signore di Ferla, provincia di Siracusa, e solo oggi ho capito che sia io sia lui – quel gentilissimo signore di Ferla che mi fece da guida alla necropoli di Pantalica – forse non l’avevamo capito, il proverbio, e ne avevamo completamente frainteso il significato, riferendolo piuttosto alla necessità di chiedere aiuto all’altro in caso di bisogno, senza timore; ma siamo stati comunque più contenti così… E questo anche per dire, insomma, che «avere lingua» è ormai un qualcosa che ci sfugge e che non ha nessun valore, anche quando ci scontriamo con l’evidenza).

 

È un pezzo apocalittico, quello di Raimo, e pure un po’ esagerato. Però mi ha fatto amaramente sorridere e ci ho riconosciuto dentro tante parti di quello che è la cultura e il lavoro che la produce, così come tante persone che ho in questi anni frequentato e che lì dentro (dentro alla «cultura»), magari insieme a me, ci hanno davvero lavorato. E poi sono finiti nella scuola, più o meno tutti. O hanno aperto un bar, alcuni altri.

 

Però , se l’apocalisse vi paresse esagerata in un giorno come questo, di vacanza e di giubileo, ecco che ho un’altra cosa per voi. Uno splendido post di Astutillo Smeriglia che mette in prospettiva un po’ tutto quello di cui ogni giorno parliamo, cultura e apocalisse comprese. E che serve, in larghissimo anticipo, come augurio per l’anno nuovo. Inizia così (ma non vogliate correre velocemente verso la fine, mi raccomando: perché dura davvero poco…):

 

Supponiamo che tutta la storia dell’universo, dal Big Bang fino a questo post, sia concentrata in un anno invece che 13 miliardi e 700 milioni. In pratica è un universo in scala 1:13700000000, solo che la scala non è riferita alle dimensioni, ma al tempo.

1° gennaio, ore 00:00. Inizia l’universo. Tutto lo spazio è riempito da una nebbia luminosa che si dirada man mano che l’universo si espande.

Ore 00:15. L’universo è diventato trasparente, anche se purtroppo non c’è niente da vedere. C’è solo del gas freddo, dove con “freddo” intendo 3000 gradi, che può sembrare tanto, ma rispetto ai +∞ dell’inizio si può dire che ha rinfrescato.

Davide Profumo
Davide Profumo
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