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Automedicazione letteraria

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C’è un libro (magari voi lo sapete già, io l’ho scoperto da pochissimo), un libro uscito pochi mesi fa, che spiega come sia possibile curarsi con i libri. Cioè, è stato pubblicato e poi tradotto in italiano un libro che mette insieme la vostra competenza (che è quella curare gli ammalati) con la mia (che è quella di sentirmi sempre più spesso ammalato e aver voglia di leggere qualcosa). Ne ho trovata una recensione qui e mi è venuta voglia di leggerlo: lo farò, e vi racconterò (ma se lo leggete prima voi o se lo avete già letto, raccontate voi, che è quasi meglio).

 

Ma mentre leggevo la recensione, e mi dicevo che i libri sono una cura perfetta per certi malati di cuore come siamo un po’ tutti, ho pensato ai miei studenti, che invece sono giovani e, per loro fortuna, sono sani. E ho pensato che a loro basterà anche meno di un libro: per esempio, una poesia. Ed ero infatti qualche giorno fa in una classe, a leggere una delle poesie che amo ai miei alunni, e pensavo che le poesie, ormai, si leggono soltanto a scuola e che è un peccato che sia così. Fuori dalle aule di scuola nessuno legge più nessuna poesia; e i libri di poesia non li compra più nessuno e non li vende più nessuna libreria (mentre i libri di ricette, ci manca ancora, vanno fortissimo; così come i romanzi erotici, ça va sans dire).

 

E poi, siccome sono un insegnante fortunato, ho letto un articolo in cui Fabio Pusterla racconta di come sia difficile leggere la poesia a scuola e di come però possa anche essere bello e finanche utile, pensate un po’. E poi Pusterla cita una frase di Gianni D’Elia che mi è piaciuta molto e che dice più o meno così (più o meno, perché è ciò che ricorda Pusterla, di cui ci fidiamo):

 

Se la scuola si occupasse della cosa davvero importante, più importante di ogni altra, cioè se la scuola perseguisse una educazione sentimentale degli studenti, la poesia sarebbe la materia centrale; ma siccome la scuola sta diventando sempre più tecnica e asservita ai voleri di una società impietosa, la poesia è sempre più emarginata. In buona sostanza, ha concluso, vi hanno rubato la poesia.

 

E mi è piaciuto che Pusterla e D’Elia abbiano associato così bene la pietà e la poesia; e ho pensato che ci sono mali (come l’assenza di pietà) che davvero si curano solo con la poesia e che spero tanto (ma non lo so, perché ancora non l’ho letto) che ci siano anche poesie nel libro Curarsi con i libri da cui oggi siamo partiti. E che comunque, se poesie non ce ne fossero, posso dirvi che le poesie di Vittorio Sereni, per esempio (ma è solo un esempio, vi raccomanderò tanti, tantissimi poeti nei mesi prossimi), le poesie di Vittorio Sereni consolano di tanti dolori e forse li guariscono anche (con quel meraviglioso titolo: Gli strumenti umani…). E che, se avete tempo e pazienza, è quello il libro che secondo me potrebbe curare anche i vostri cuori inquieti di cardiologi, chissà.

 

[E sono infine contento di aver parlato di poesia oggi, che sono passati vent’anni dalla scomparsa di Massimo Troisi (e anche lì, alla fine, fu il cuore): perché il suo ultimo film, che si intitolava Il postino, raccontava proprio la storia di un uomo inquieto che incontrava la poesia e grazie alla poesia capiva un po’ di quello che lo circondava e un po’ di più di quello che portava in cuore.]

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Davide Profumo
Davide Profumo

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