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Aristotele di Stagira (384­-322 a.C.)

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Aristotele nacque nel 384 a.C. a Stagira, un piccolo borgo della penisola Calcidica, nella parte settentrionale della Grecia. Il padre di Aristotele, Nicomaco, era medico di corte dei sovra­ni macedoni. In particolare lavorò al servizio di Aminta III, il padre di Filippo II e quindi nonno di Alessandro Magno. Forse per questa origine familiare, l’interesse per le scienze naturali rimase vivo nell’attività di ricerca di Aristotele, che dimostrò un particolare interesse nella comprensione e nell’interpretazione dei fenomeni naturali. Aristotele fu un intellettuale che pose le fondamenta della sua libertà nel disimpegno politico, antici­pando quello che sarà lo stato dei ricercatori del Museo di Alessandria d’Egitto nei decenni che seguiranno.

La realtà venne indagata su di un piano che presupponeva l’eliminazione della componente metafisica dalle scienze natu­rali per confrontarsi con la sola esperienza degli organi di senso. Questo modello conoscitivo era idoneo ad un’indagine sulla variabilità biologica. La visione aristotelica immaginava una sistematicità del sapere, una sua organizzazione in discipline ben strutturate e indipendenti le une dalle altre. Si trattò di un approccio enciclopedico, in cui la filosofia rivestiva il ruolo di una disciplina di connessione tra le varie parti del sapere. Vennero adoperati strumenti logici e di analisi del linguaggio che permettevano di ritrovare elementi di unità tra le diverse parti delle scienze. Apprendere una verità naturale venne lega­to all’esperienza, che consentiva di conoscere le cause che ave­vano generato un evento oppure una forma di vita. L’esperienza di cui discuteva Aristotele era molto diversa dal concetto di esperimento scientifico come oggi lo intendiamo. L’esperi­mento moderno è un quesito che il ricercatore pone alla natu­ra, aspettando di osservare una risposta che possa confermare o meno le proprie ipotesi di partenza. Nulla di questo program­ma di lavoro scopriamo in Aristotele, in cui l’esperienza della natura si configurava solo come un’osservazione distaccata del fenomeno naturale, effettuata attraverso i sensi, da cui se ne poteva trarre una conoscenza empirica. Attraverso questi stru­menti logici Aristotele organizzò un’accurata classificazione degli animali, della loro anatomia comparata, della relazione tra gli organi e loro funzioni, del rapporto tra gli organismi viven­ti e il loro habitat. Alla base del ragionamento aristotelico esi­steva un convincimento di fondo che avrebbe provocato accesi dibattiti nei secoli seguenti: la finalità o finalismo delle cose naturali. Si trattava di una prospettiva che sembrava escludere il ruolo svolto dal caso nei fenomeni, attribuendo un fine ad ogni manifestazione della natura:

“…dal momento che tali cose sembrano generarsi o per fortuita coinciden­za o per una causa finale, se non è possibile che esse avvengano né per for­tuita coincidenza, né per il caso, allora accadranno indubbiamente in vista di un fine […] pertanto, nelle cose che in natura sono generate ed esi­stono, è presente una causa finale…”
da Aristotele, Fisica, 199 a, 2-­8.

Un convincimento che apriva la strada ad un determinismo di natura trascendente. Aristotele venne invocato a sostegno delle loro idee da molti filosofi dei secoli seguenti. Soprattutto nella Scolastica, una corrente filosofica medioevale nata intor­no al XIII secolo, gli venne attribuita la visione di un creazioni­smo finalistico, che vedeva Dio ideatore e realizzatore di ogni cosa. I filosofi scolastici e S. Tommaso d’Aquino (1226­-1274) in particolare, utilizzarono il pensiero aristotelico per erigere delle dimostrazioni originali a riguardo della inevitabilità del­l’esistenza di Dio. Secondo questi pensatori Dio aveva creato il mondo perché servisse all’uomo, mentre il creato era struttura­to in modo tale da ricondurre la mente all’idea di un Essere superiore, un’entità benevola ed ordinatrice. Il Caso costituiva una componente ineliminabile dell’angoscia esistenziale del­l’uomo greco. Era stata immaginata una divinità importante che lo contrastasse, la Necessità. La finalità di Aristotele aveva un ruolo di costrizione del caso, di una sua delimitazione che evitasse uno sconfinamento e che gli impedisse d’invadere il più possibile il contesto umano.

“…definite queste cose, bisogna indagare intorno alle cause, di quali e quanti tipi esse siano. Poiché il nostro discorso ha per scopo il conoscere e noi uomini non riteniamo di sapere una cosa prima che ne apprendiamo il ‘perché’. In questo consiste infatti comprendere la causa prima e dobbia­mo compiere questo sforzo sia a proposito della generazione che della cor­ruzione, sia per quanto riguarda ogni mutamento della natura, in modo tale che, conoscendo i principi di questi, possiamo ricondurre a questi prin­cipi ognuna delle cose che cerchiamo…”
da Aristotele, Fisica, 194 b, 16-­23.

Per causa, Aristotele intendeva una qualsiasi risposta alla domanda “perché?”, ossia qualsiasi forma di spiegazione del fenomeno, sia che si trattasse di un evento anteriore all’effetto generato, che di qualcosa di simultaneo, oppure di un evento a posteriori, che avrebbe dovuto in seguito essere spiegato. La natura era dotata di una finalità propria, connaturata e interna alla sua stessa essenza. Le forme di vita recavano in sé una fina­lità intrinseca, strettamente legata alla realizzazione completa della loro forma.

La generazione, lo sviluppo e infine il compimento pieno della maturazione di ogni essere vivente, testimoniavano la potenzialità presente in contemporanea di passato, presente e futuro nello stesso involucro biologico. La forma del genitore guidava quindi il costituirsi della forma del generato, che con­teneva a sua volta la forma definitiva della vita. Questa conce­zione portò nel pensiero dei filosofi di estrazione aristotelica ed una scelta di tipo epigenetico intorno alla generazione degli esse­ri viventi. Il costituirsi degli esseri viventi venne inteso come la realizzazione di una forma già determinata in precedenza, in quanto nel seme esisteva un complesso di informazioni che avrebbe guidato il processo di completamento del futuro essere vivente. Veniva attaccata e rifiutata da Aristotele la Teoria della preformazione, ispirata dalle idee di Democrito, che riteneva la maturazione dell’embrione un semplice fenomeno preordinato di incremento di parti già in esso contenute. L’esito conclusivo di questi ragionamenti condusse il pensiero aristotelico ad affermare che in natura la materia e i suoi movimenti erano necessari alla realizzazione di un fine. Tale fine avrebbe realiz­zato l’ipotesi di partenza, cioè la condizione indispensabile per­ché si potesse parlare di necessità di una certa causa a provoca­re un determinato fine. Si trattava di un fine stabilito e non ipo­tetico, che confermava da questa caratteristica la necessità della propria esistenza.

Non deve essere dimenticata la dimensione letteraria pre­sente nel pensiero aristotelico. L’attenzione alla parola era molto più importante di quanto avviene nel linguaggio moder­no. La valutazione semantica si combinava strettamente con il pensiero di Aristotele. La sua stessa concezione finalistica del mondo ne risultò permeata. Il punto di arrivo del filosofo di Stagira fu semplice. Le cose naturali avevano un loro fine inter­no, perché lo derivavano dal fine primo ideato dal Motore Immobile, l’entità ordinatrice che teneva insieme l’intero univer­so e che permetteva si realizzasse un ordine complessivo della natura, nel quale ogni soggetto trovava un senso al proprio esse­re. Teleologia e teologia risultavano pertanto legate tra di loro, provocando un’interpretazione religiosa di quella che era stata invece un’indagine filosofica. Si apriva la porta alla visione cri­stiana di un Dio come somma provvidenza del mondo.

Un’ideologia che si confronterà dialetticamente nei secoli a venire, anche in modo aspro, con altre e diverse concezioni della realtà e della ricerca scientifica.

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